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La lotta tra il Washington Post e il presidente Nixon, per la pubblicazione di documenti legati alla guerra del Vietnam

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1966: Robert McNamara, ministro della Difesa degli Stati Uniti, è molto preoccupato per la situazione disastrosa della guerra in Vietnam pur rassicurando la stampa. Ma un consulente del Ministero, angosciato per le falsità cui assiste, preleva un esplosivo report segreto dal Pentagono da cui si deduce che ben quattro presidenti Usa (Truman, Eisenhower, Kennedy e Johnson) erano consci che la “sporca guerra” era persa, pur continuando a mandare i soldati americani a morire. Anni dopo, siamo nel 1971, alcune pagine del report arrivano al New York Times, che inizia a pubblicarle. Il presidente è ora Richard Nixon, che mette la sordina allo scandalo minacciando rappresaglie, e il prestigioso quotidiano si blocca in attesa di capire se ha spazi di manovra dal punto di vista legale. Ma Ben Bradlee, spregiudicato direttore di un altro giornale, il più piccolo Washington Post, si butta sulla notizia e vuole a tutti i costi lo scoop. I rischi sono forti, e infatti l’editore Katharine Graham (che ha ereditato il giornale dal padre e dal marito) tergiversa: lei, che si sente inadeguata e circondata da un mondo di uomini che non la stimano e che le dicono sempre cosa deve fare, è stretta tra due fuochi; ovvero tra la paura di danneggiare l’azienda, che potrebbe essere spazzata via da una causa legale con il Governo con drammatiche conseguenze per chi ci lavora (e a rischiare anche la galera: l’accusa è di aver violato la legge), e il pressing del suo direttore che si batte per la verità e la libertà di stampa, vera ragion d’essere per un giornale («se ci dicono cosa scrivere, il giornale non esiste più») e difesa dalla Costituzione americana nel celebre Primo emendamento. Sarà questa donna a dover decidere, per la prima volta, se buttare tutto il coraggio sul tavolo. In un bivio in cui si può perdere tutto oppure passare alla storia per aver cambiato i rapporti tra Potere e Stampa.

Steven Spielberg dirige un film vecchio stampo, alla Tutti gli uomini del Presidente (che negli anni 70 raccontò lo scandalo del Watergate, causa delle dimissioni di Nixon), poggiando su due grandi star come Meryl Streep e Tom Hanks. Oggi The Post sembra strizzare l’occhio alle battaglie politiche attuali, ma in realtà il film è entrato casualmente nella guerra tra la stampa americana e il presidente Donald Trump (la sceneggiatura girava da anni a Hollywood). E il taglio dell’opera è quanto di più classico ci possa essere, con tutti i pregi – chi ama il buon cinema hollywoodiano e soprattutto il genere “giornalistico” apprezzerà parecchio – e anche qualche punto debole, sia nella prima parte in cui abbondano tecnicismi legali e finanziari (l’editrice vende azioni del giornale per poter mantenere alto il livello della redazione e vuole quotare l’azienda in Borsa per ricavare nuove risorse economiche) e il ritmo non è dei più frenetici. Eppure, a un certo punto si “scalda” il fulcro del film, che non può non far sussultare anche gli uomini del nostro tempo. O almeno chiunque abbia a cuore un tema fondamentale come la libertà di stampa in difesa della democrazia (con inevitabile rimpianto, certo, per un’epoca di maggior autorevolezza dei giornali). Una battaglia sul limite del rasoio e anche della legalità (tutto nasce da documenti trafugati di nascosto) di cui si fanno strumenti uomini come Bradlee che non sono eroi senza macchia (e meno male…) ma giornalisti di razza mossi in primo luogo dalla legittima voglia di primeggiare nel proprio lavoro (il suo vero obiettivo è far crescere il Washington Post, da piccolo quotidiano pur situato nella Capitale – dove primeggiava il Washington Star – a giornale di caratura nazionale).

In realtà il vero cuore, il lato magari meno evidente ma più profondo è un altro, e riguarda alla fine anche chi (ahinoi) considerasse ormai i giornali carta straccia e reperto di una comunicazione ormai superata o in via di estinzione. E ha che fare con l’altro recente e bellissimo film di Spielberg, Il ponte delle spie: perché ci parla del coraggio che serve in determinate circostanze, come avvenne a una persona mite e quasi impaurita come Katharine Graham, quando chi è più forte fa di tutto per spaventare e schiacciare chi vuole affermare la verità.

Antonio Autieri

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Scrivo di cinema dal 1992. E dal 1994 dirigo giornali, giornalini, ora testate on line...