The Place

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Un uomo seduto tutto al giorno in un bar. E una serie di personaggi che vanno da lui per i loro desideri da esaudire, in cambio di compiti da svolgere. Fino a che punto?

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Unità di luogo e forse di tempo per il nuovo film “chiuso” di Paolo Genovese dopo l’enorme successo di Perfetti sconosciuti. Siamo sempre, per tutto il film nello stesso bar, anzi quasi sempre nei pressi di un tavolino in fondo al locale, dove praticamente vive il protagonista: un uomo senza nome riceve di continuo persone che, con fare circospetto, gli svelano il proprio segreto desiderio. Ma in cambio l’uomo chiede, e chiede tanto. Cose grosse, impossibili, talvolta orribili.

Ci vuole un’enorme sospensione di incredulità per credere a quanto stiamo vedendo sullo schermo: adattamento cinematografico della serie televisiva statunitense The Booth at the End, come già in Perfetti sconosciuti anche in The Place c’è un bel cast corale che comprende Marco Giallini, Alessandro Borghi, Alba Rohrwacher, Sabrina Ferilli, Silvia D’Amico, Rocco Papaleo e Giulia Lazzarini, Vinicio Marchioni, Silvio Muccino e Valerio Mastandrea, vero demiurgo della vicenda. Impassibile e gelido (ma poi sempre meno, con il passare dei minuti), ascolta drammi, incassa la fiducia di va a parlare da lui e gli chiede un miracolo “laico”: fare pace con il figlio mezzo delinquente, salvare il proprio bambino da morte certa, ritrovare Dio o la vista… Ma anche passare una notte con la ragazza da poster dei proprio sogni. I prezzi da pagare saranno comunque molto alti.

Lui non svela chi sia (il Diavolo? Un emissario di Dio?), non sappiamo nemmeno come le persone sappiano di lui e dei suoi “poteri”. L’uomo apre una grande agenda, legge qualcosa e risponde sempre «si può fare». Ma in cambio chiede, appunto, cose indicibili. Un apologo non originale (la serie tv) e un po’ freddo, in cui in personaggi e i loro drammi sono troppo tipizzati per scaldare il cuore; in cui le grandi domande sono usate più come gioco intellettuale, a volte anche provocatorio, o come curiosità sociologica, non come vero e profondo scandaglio dell’animo umano. E quando si va in profondità, lo si deve alla capacità di Mastandrea, il cui “Uomo” misterioso e sempre meno distaccato dai suoi personaggi in cerca di amore (sotto varie forme): come quando chiede «sei felice?» alla gentile cameriera del bar, o «credi che sarai più felice quando sarai più bella?» a una ragazza con la fissa dell’estetica. Altre volte, pur ottimi attori (come la grande Giulia Lazzarini) sono costretti nella gabbia di dialoghi fin troppo brillanti ma a tratti sentenziosi («C’è qualcosa di terribile in ognuno di noi», «Non è questo il padre che volevo diventare”). Personaggi e dilemmi meccanici, insomma, dove anche il tema della scelta e della libertà fa più pensare non a un coraggioso dramma sul libero arbitrio («Perché chiedi cose così orrende?» «Perché c’è gente disposta a farle»). A tratti, nei dialoghi serrati, ci si rischia di perdere nel mare di parole, che ricorda vagamente pure la nota serie In Treatment. Mentre alcuni personaggi convergono, si incrociano o si scontrano – a distanza – non per colpa del demiurgo, ma di evoluzioni non previste dall’uomo, cui anche l’Uomo deve soggiacere.

In definitiva, quello che manca a questo e ad altri film di Genovese è un po’ di umanità che riscaldi i freddi teoremi di partenza. E se in Perfetti sconosciuti, nelle battute e nei litigi scoprivamo i personaggi che ci sembrava di conoscerli, in The Place per quanto si impegnino rimangono allegorie indistinte e raramente toccanti.  Si esce dal film sorpresi per la bravura tecnica, ma neppure il pur bel colpo di scena ci sorprende davvero tanto da far rimanere impresso nel ricordo il film.

Antonio Autieri

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Scrivo di cinema dal 1992. E dal 1994 dirigo giornali, giornalini, ora testate on line...