The Other Side of the Wind

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Ultimo film incompleto del maestro Orson Welles che vede finalmente la luce dopo quasi cinquant’anni, presentato alla scorsa Mostra del cinema di Venezia e ora disponibile su Netflix.

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Jake Hannaford sta tentando di portare a termine un nuovo film (simile a Zabriskie Point). Il giorno del suo 70° compleanno coincide con una serie di sconfitte e delusioni, la mancanza di fondi per finire il film, amicizie infrante, produttori ignobili, l’attore protagonista che si rifiuta di tornare sul set… Il tutto in una festa privata a casa del regista.

È quasi inutile parlare delle numerosissime traversie produttive e delle conseguenti perplessità filologiche: se abbiamo potuto vedere questo film è grazie alla perseveranza di Peter Bogdanovich, grande critico, grande regista (Tutto può accadere a Broadway) e grande amico di Orson Welles e in questo film anche attore in un ruolo dove praticamente fa se stesso. Bogdanovich per anni ha portato avanti questo progetto aiutato dal grande compositore Michel Legrand (il compositore dei film della Nouvelle Vague), dal montatore Bob Murawski (montatore dei film di Sam Raimi e premio Oscar per The Hurt Locker). Infine, per permettere la riuscita del minuzioso lavoro di ricostruzione/restauro è subentrato il colosso dello streaming Netflix per sbloccare i negativi e permettere che il film vedesse la luce, purtroppo non in sala cinematografica ma comunque per un pubblico potenzialmente vastissimo.

Parlando invece del film nello specifico: è un’opera di una potenza clamorosa. Probabilmente è un po’ ermetico per uno spettatore non cinefilo e non abituato ad un cinema non narrativo e visionario nella struttura, eppure rimane un film di una potenza sconvolgente. È un film perfettamente wellesiano ed è giusto che sia questo il suo ultimo film, il suo canto del cigno e la sua stessa commemorazione funebre su di sé. Orson Welles è considerato uno dei più grandi registi di sempre, enfant prodige del teatro americano e poi del cinema, quando ha realizzato come film d’esordio quello che è considerato il più grande film della storia del cinema, Quarto Potere. A questo primo clamoroso capolavoro si sono susseguiti fallimenti commerciali, liti con produttori e attori e lavorazioni sempre avventurose per film sempre squilibrati ma colossali, geniali e visionari. Negli anni 70 Welles arrivava da una carriera di frustrazioni produttive e artistiche, e quando si vede bloccata la produzione del film che aveva in lavorazione decide assieme ai suoi amici di girare un film su un regista che non riesce a finire il suo film. Gli spezzoni di “film nel film” che si vedono sono quelli del film di Orson Welles e ciò che ci costruisce attorno è una cornice per poter concludere quel film. Si alternano quindi riprese vorticose fatte con cineprese leggere a mano in uno stile documentaristico (questo film si può tranquillamente considerare un mokumentary ante-litteram) a invece il film che i personaggi ogni tanto vedono, formalmente perfetto e visivamente visionario e folgorante. In tutto ciò, quello che in fondo si racconta è questo personaggio di regista megalomane, ma fallito, che chiaramente è costruito da Welles su modello di se stesso ed interpretato da un altro grande regista, John Huston (regista, sceneggiatore e attore gigante dell’età d’oro di Hollywood, 14 nomination all’Oscar e 2 vittorie). Un film dolente e autobiografico, un’ultima riflessione sul senso della propria vita e della propria arte.

È un film che parla in modo privilegiato ad un pubblico composto da chi ama il cinema, ma che non può non colpire anche lo spettatore meno cinefilo per la folgorante, visionaria e caleidoscopica capacità di raccontare le delusioni dell’essere umano, che confermano ancora una volta (semmai ce ne fosse bisogno) che Orson Welles è stato uno dei più grandi artisti del secolo scorso.

Riccardo Copreni

 

 

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