The Neon Demon

The Neon Demon

- in AL CINEMA, CONTROVERSO, FILM
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Elle Fanning in "The Neon Demon".

Una sedicenne vuole diventare una star della moda.

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Fiaba cupa e violenta diretta con un grande stile che spesso sconfina nel manierismo dal Nicolas Winding Refn di Drive. Difficile guardare a questo film stratificato, citazionista, suggestivo e originale dal punto di vista visivo e disturbante in un paio di scene evitabili e di cattivo gusto, senza riandare con la mente al grande film interpretato da Ryan Gosling. Tanti i punti di contatto tra Drive e The Neon Demon a partire dallo stile, riconoscibilissimo ormai, fatto di atmosfere sospese, un’illuminazione suggestiva, un’attenzione maniacale alla messa in scena. Refn guarda anche in questo film alla lezione di David Lynch e al suo cinema di stampo onirico: si avverte in tante situazioni al limite tra il registro surreale e l’atmosfera incoerente illogica tipica dei sogni (o degli incubi) gran parte del cinema di Lynch, il cui Mulholland Drive è qui citato in più occasioni. E ancora: le esplosioni di violenza improvvise (qui declinate però in una scena necrofila molto diretta quanto evitabile), l’ossessione per il sesso, l’omosessualità latente in Drive e qui esibita in modo esplicito, l’oscuro simbolismo a partire in questo caso dal titolo fino al grande tema della metamorfosi.

Tutto richiama Drive anche se dal film del 2011, The Neon Demon si discosta per una  minor coerenza narrativa e una minor efficacia dei personaggi. La storia vede protagonista Jesse (una notevole Elle Fanning, affascinante e inquietante al tempo stesso), bellissima e innocente fanciulla che colpisce col proprio candore le vecchie volpi del business della moda: fotografi, stilisti, truccatrici. Tutti la vogliono per la sua bellezza naturale in un mondo tanto appariscente quanto vuoto e plastificato. La cosa genere invidia, come ovvio, presso le tante splendide e rifatte colleghe. L’unica che sembra dare corda e assicurare una certa amicizia disinteressata alla protagonista è Ruby (Jena Malone), truccatrice per le modelle e, in un secondo lavoro serale, anche per le salme all’obitorio. Metafora un po’ ovvia e non sarà la sola all’interno di un film squilibrato che, per voler dire troppo, sacrifica profondità e coerenza. La vita e la morte, la finzione e la realtà, il sesso come principale forma di violenza, la noia del vivere. Refn mette dentro questo film tanto, forse troppo: è un regista, tra i pochissimi oggi, a cerca di sintetizzare una visione del mondo e delle sue storture. Lo fa con uno stile ipnotico e al tempo stesso respingente, e non si ferma davanti a nulla, esagerando in almeno tre occasioni (la sequenza necrofila già citata, una scena pulp con protagonista la Malone e il finale cruentissimo ed evitabile) e realizza, a differenza del precedente, pasticciatissimo Solo Dio perdona, un film colto (in molti momenti il personaggio di Jesse è quasi sovrapponibile a quello di Carrie nell’omonimo film di De Palma), strutturato come una tragedia classica, sin troppo curato dal punto di vista registico: la tendenza al manierismo, già percepito parzialmente in Drive, qui sembra prendere il sopravvento.

Simone Fortunato

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