The most beautiful day – Il giorno più bello

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Due giovani malati terminali si incontrano in una clinica e decidono di partire per un viaggio alla ricerca del giorno più bello della loro vita, prima della loro morte.

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Benno e Andi sono due giovani uomini diversissimi per storie e temperamento, accomunati da un destino infelice. Sono entrambi malati terminali: il primo per fibrosi polmonare, l’altro per un cancro incurabile al cervello che gli causa sin da piccolo episodi di improvvisi svenimenti; destino vuole che i due si incontrino in una clinica tedesca che garantisce ai malati incurabili un ultimo periodo di pace e tranquillità prima della morte, accompagnati dalle cure di infermieri e medici specializzati. Inquieto e insofferente alle ingiustizie della vita, Benno riesce a coinvolgere il timido e introverso Andi in un viaggio alla “scoperta del mondo”; recuperati i soldi per il viaggio in modo a dir poco rocambolesco, i due si dirigeranno verso l’Africa con la promessa di scovare “il giorno più bello” prima della loro fine. L’avventura è un’odissea all’interno di geografie sconosciute, memorie passate e domande in sospeso, che porteranno i due protagonisti a scoperte inaspettate e sorprendenti.
Grandissimo successo in Germania grazie anche alle due star protagoniste dello star system tedesco, Il giorno più bello fa eco sin dall’apertura ai più riusciti prodotti dello stesso genere, (tra i quali Non è mai troppo tardi e Quasi amici), puntando alla contrapposizione ironica di due personaggi di diversa estrazione sociale che si ritrovano a condividere il disagio della malattia, e che si coinvolgono insieme in vicende che gli permettono di scoprire una nuova consapevolezza del mondo e di se stessi.
Da un incipit non del tutto originale si snoda però una narrazione molto più forte di quanto non appaia: la scelta di far imbattere i protagonisti nella propria morte in un momento della vita che normalmente promette ancora molte avventure è ambiziosa e coraggiosa allo stesso tempo: il rischio di giocare in bilico sull’equilibrio tra drammaticità e black humor è costantemente in agguato nel precipizio della retorica facile e del patetismo sfrenato da ricamare sul già abusato tema della malattia; ma le avventure più incredibili si susseguono una dietro l’altra, sostenute da una potente alchimia tra i due protagonisti, che tentano di scavare sempre oltre l’occasione comica per approfondire tematiche esistenziali di un certo peso. Ottima dunque la prova degli attori, in particolare quella di Florian David Fitz, che nel doppio ruolo di regista e protagonista riesce ad avere una verve insieme comica e drammatica, accompagnata dalla spalla Matthias Schweighofer, che calamita lo sguardo dello spettatore in espressioni improbabili e movenze goffe e divertenti. Se azzeccate e accurate sono anche le ambientazioni e ottima la fotografia, la regia rimane di puro servizio e nell’avvicendarsi dei fatti ed è forse un po’ sacrificata la logica narrativa, che pecca qua e là di incoerenza, senza però mai pesare sul tono generale delle situazioni messe in scena.

A sorprendere nel percorso della narrazione è piuttosto l’evoluzione sotterranea del rapporto di amicizia tra i due giovani, che sembra voler spingere lo spettatore oltre il puro intrattenimento da commedia di occasione. Si entra così nel genere del più riuscito road movie, alla ricerca del senso non solo della propria esistenza, ma anche del valore delle esperienze e dei rapporti costruiti durante l’arco della propria vita. È una catarsi faticosa e angosciante, e molte sono le occasioni in cui in modo sottile questo sottotesto ridesta lo spettatore e complica le trame interiori dei protagonisti.
Il viaggio è spostamento geografico di sé e della propria storia, il richiamo finale quello a una responsabilità e a una consapevolezza della realtà intesi soprattutto come costruzione di un rapporto di amore e amicizia che rende ogni giorno “il giorno più bello”.

Letizia Cilea

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