The Meyerowitz Stories

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La famiglia allargata dei Meyerowitz si riunisce per partecipare alla retrospettiva dedicata al padre scultore Harold. La riunione familiare porterà a galla ricordi e vecchi rancori irrisolti.

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Danny, Matthew e Jean sono i figli di Harold Meyerowitz, scultore egocentrico dal disatteso successo e padre-patriarca insensibile e disinteressato, che ha finito per pesare sui risvolti – più o meno felici – della vita dei suoi figli. I tre, accomunati da una sorta di sindrome dell’abbandono, hanno infatti preso direzioni diverse una volta lasciato il nido: Danny è un talento musicale mai espresso, divorziato e disoccupato con una figlia, Matthew è uomo di finanza di successo con l’ossessione di superare il padre, e Jean è un grande talento pittorico finito in un lavoro impiegatizio per un’anonima azienda. Le loro stories s’intrecciano nella nuova fatica di Noah Baumbach, che ambienta questa commedia generazionale a New York, all’interno di un élite intellettuale ed ebrea che anche nei toni sembra voler riecheggiare memorie alleniane inconfondibili.

Il quadro apre presentando i singoli componenti di un puzzle che definiscono i caratteri dei componenti problematici di questa ancor più problematica famiglia. La costruzione delle singole direzioni in cui i rapporti tra Meyerowitz padre e Meyerowitz figli si evolvono vogliono evidentemente dare un’idea della schizofrenia che caratterizza alcune famiglie del XXI secolo, riversata soprattutto in una verbosità a tratti ilare ed arguta, più spesso sovrabbondante ed irritante. Così i personaggi s’incasellano subito nei tipi da commedia americana in cui l’inettitudine ed il fallimento dominano: il dotato ma privo di volontà, il meno dotato ma che riesce ad avere successo in un campo estraneo dal potere paterno, la fallita perché vittima dell’indifferenza del padre. Abbiamo poi un Meyerowitz father, che si presenta sin da subito come responsabile di tale fallimento e che concepisce la famiglia in funzione della propria arte; c’è infine Maureen, una incredibile Emma Thompson nei panni di quarta moglie, alcolista e squilibrata, che rimane tuttavia fedele ad un amore sincero, risultando essere forse il personaggio meglio costruito dell’intera opera.

Se presi singolarmente i componenti di questo coro sono stonati e poco accattivanti, è nella dinamica familiare, nell’intreccio di memorie più o meno condivise che acquisiscono mordente e finiscono addirittura per divertire e far ragionare sul peso dell’eredità – non solo materiale, ma psicologica e affettiva – che i padri lasciano ai figli, i quali finiranno per incarnare, in varie declinazioni, tutti gli aspetti della psicologia e dei fallimenti del padre stesso. Il filo del dramma familiare si proietta nel tema artistico, mondo che sottovaluta l’artista Harold, ritenendolo degno di fare solo un’esposizione collettiva, esattamente come i figli possono solo elemosinare l’attenzione di un padre lontano. Molto interessante è l’inserto sul contesto dell’arte newyorchese, covo di intellettuali crudeli e ben poco generosi, che svela una vuotezza di contenuti e di profondità che in realtà appartiene anche ad Harold, impegnato per tutta la vita a fare sculture di legno che però “restano di legno”, come gli ricorda il pragmatico figlio Matthew, quasi a denunciare l’inconsistenza di un’arte che non comunica altro che il proprio autocompiacimento.
Questi e pochi altri purtroppo i pregi del lavoro di Baumbach, che eccelle come caratterista di personaggi dalla grande alchimia, ma fallisce spesso nel ritmo e nell’evoluzione narrativa; già di premesse deboli in partenza, le dinamiche finiscono per annacquarsi ancor di più nel tentativo di sposare l’americanissima idea dell’uomo che vuole superare i propri limiti e riscoprire i buoni sentimenti per recuperare il tempo perduto. La discrasia tra la natura dei personaggi costruiti e le azioni che invece poi compiono è disastrosa nella seconda parte del film, che si dilunga al punto tale di risultare forzata ed incapace di concretizzare. Le ottime prove attoriali – di Dustin Hoffman, di Ben Stiller e persino di Adam Sandler, comico cui solo raramente il grande cinema ha dato opportunità di far vedere altro – non sopperiscono alla mancanza di una progressione credibile e di una chiusura del cerchio. E quell’atmosfera indie ed equilibrata che Baumbach era riuscito a creare con Giovani si diventa, qui finisce per lasciare lo spettatore insoddisfatto e con l’impressione di aver assistito all’ennesima fiera dei cliché popolata da notevoli figure, che però mai hanno forza sufficiente per trasportarti sulla giostra del cinema di qualità.

Letizia Cilea

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