The Lesson – Scuola di vita

The Lesson – Scuola di vita

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Una professoressa si trova ad affrontare una serie di situazioni difficili, a scuola e nella vita privata, che la mettono a dura prova

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Ispirati da un fatto di cronaca realmente accaduto in Bulgaria ed innamorati di una narrazione fortemente realistica, i due registi Kristina Grozeva e Petar Valchanov inseguono la vicenda di Nadya, una professoressa d’inglese dai saldi valori morali determinata a scoprire il responsabile di un furtarello avvenuto nella sua classe per impartirgli una lezione; in parallelo troviamo invece la donna sul fronte privato – con una bambina ed un marito inetto – a mettere in discussione tutti i quei paradigmi valoriali a causa di un grosso debito e del pericolo del pignoramento della sua casa.

Esordio dei due registi bulgari, il film si distingue sin da subito per un’asciuttezza della fotografia e della narrazione che mira evidentemente a ottenere un realismo quanto più vivo ed angosciante per lo spettatore, perché possa essere partecipe in qualche modo dell’evoluzione della protagonista. Questa tendenza registica rallenta evidentemente i ritmi e rende il film un po’ richiuso su se stesso, complice la  volontaria sinteticità dei dialoghi e la quasi totale assenza di una colonna sonora;  ciò che la cinepresa sembra voler dirci è che il vezzo tecnico dello stile filmico può passare in secondo piano per privilegiare l’approfondimento psicologico di Nadya, che in una parabola discendente e amara inizia a vivere e sperimentare la presunta solidità delle sue convinzioni, martoriata e messa alla prova da un sistema burocratico crudele, i cui burattini mai guardano in modo compassionevole l’uomo comune, portandolo alla disperazione. La denuncia di queste dinamiche è uno dei temi portanti del film e l’interpretazione trattenuta e sofferente della Gosheva sembra darci l’idea di un vaso che lentamente si riempie fino ad arrivare all’orlo della sopportazione, nello sviluppo di una storia che talvolta dimentica invece di delineare i personaggi secondari, che appaiono come poco più che maschere convenzionali. Il film gioca spesso sull’alternanza tra l’ambiente scolastico, luogo d’educazione e costruzione della persona, e quello sociale, dove quella stessa educazione viene necessariamente e mettersi in gioco nella concretezza di un quotidiano non sempre facile da affrontare.

Un finale duro lascia lo spettatore con la bocca amara, ma il film si salva da un eccessivo manicheismo grazie ad alcune interessantissime sfumature attoriali e narrative che evidenziano l’intento dei registi. Non di dimostrare in modo nichilistico che l’impostazione valoriale dei principi dell’uomo non ha alcun risvolto nella vita reale, ma che è necessario attualizzarla per comprenderla e farne davvero esperienza. E che spesso il percorso per raggiungere tale consapevolezza è molto più tortuoso di quanto s’immagini.

Letizia Cilea

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