The Hateful Eight

The Hateful Eight

- in AL CINEMA, CONTROVERSO, FILM
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Un cacciatore di taglie in viaggio con la sua preda in un Wyoming sommerso dalla neve.

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Recensione

Ottavo film di Tarantino, come ci ricordano i bei titoli vintage con cui si apre il film. È un’opera controversa e, nel complesso, meno originale dei lavori precedenti. Si inizia subito con un’immagine efficacissima: un Cristo mezzo sepolto sulla neve sulla strada di un carro che porterà i due protagonisti letteralmente nel cuore del dramma. Sulla diligenza, sbattuta dal vento forte che preannuncia una imminente tempesta di neve, vi sono il cacciatore di taglie John Ruth (Kurt Russell) e i suoi 10.000 dollari, la misteriosa Daisy Domerghe (Jennifer Jason Leigh) che sta per essere portata al patibolo. Tarantino si piglia un’oretta per presentare i suoi personaggi: i due succitati e altri due (Samuel L. Jackson, il migliore del cast nei panni di un altro cacciatore di taglie, e Walton Goggins in quelli di uno sceriffo appena entrato in carica). Citazioni svariate, dal western puro e classico di John Ford, alle musiche di Ennio Morricone con cui il grande compositore romano cita se stesso, a Peckinpah e il suo Il mucchio selvaggio, all’immancabile Leone fino al richiamo meno evidente di Carpenter e Hawks con La cosa.
Tarantino, lo sanno anche i non fan, è più di un regista appassionato: è un mondo vero, un forziere nascosto da scandagliare in tante e tante visioni. Così, The Hateful Eight si conferma vera creatura tarantiniana: eccezionale dal punto di vista tecnico (il film, come noto, è stato girato in un formato particolare e d’altri tempi, in 70mm), un mix di citazioni e autocitazioni (qui il riferimento più importante, al di là dell’ovvio Django, è Le iene), una colonna sonora potente e un utilizzo “politico” della violenza che ha sempre avuto un ruolo importante nella filmografia del regista di Pulp Fiction. Qui la violenza non manca, anzi. Gli ultimi due capitoli (il film come anche altri precedenti è diviso in diversi capitoli e altrettanti sottotitoli) sono un trionfo di effettacci, scene cruente, un po’ sulla falsariga dell’ultima mezz’ora di Dal tramonto all’alba, l’horror diretto da Robert Rodriguez, scritto e anche interpretato proprio da Tarantino. Ma se quello era un divertissement, di dubbio gusto peraltro, qui l’operazione è più sottile. Si parte in pieno territorio western dai contorni surreali nel momento in cui entra in scena il personaggio di Jackson e il suo carico di follie raccolto negli anni della guerra di Secessione. Lunghi dialoghi sempre in equilibrio tra diversi registri, comico, grottesco e dramma puro fanno da lunghissimo prologo a tutt’altro scenario: una locanda immersa nella neve del Wyoming e dove ad attendere Ruth e compari vi sono diversi individui: un generale in pensione, un mandriano, il locandiere e altri oscuri personaggi. L’autore, nel momento in cui si mette piede nella locanda, gioca con le attese dello spettatore: siamo in pieno giallo, in un gioco di citazioni in cui si attinge evidentemente ad Agatha Christie con un paio di colpi di scena ben assestati.
Tarantino gestisce bene la tensione, non rinuncia a fare dello humour nerissimo e fino all’ultimo non scopre nessuna delle carte del mazzo in un crescendo di tensione tragica che esplode in un vero e proprio vulcano di sangue, la parte più debole e gratuita del film. Difficile non trovare un certo compiacimento in un’esibizione così forte del sangue, delle ferite, della morte. La violenza non è mai mancata nel cinema di Tarantino: il finale di Bastardi senza gloria, alcune sequenze di Django e la terribile e indimenticabile scena dello scantinato di Pulp Fiction, sequenze forti e controverse, funzionali e al servizio di altro e non semplici esibizioni di se stesse. Qui, purtroppo, l’impressione di un già visto (anche dal punto di vista narrativo, con una frammentazione del tempo filmico già vista in Pulp Fiction) domina in più riprese associata a un’impressione peggiore: che dietro lo stile grandioso (forse troppo: era proprio necessario girare in 70mm un film che per gran parte è ambientato in interni?) e il grande talento per quanto riguarda regia, direzione del cast, montaggio ci sia un grande sfoggio di cinefilia e perizia tecnica ma meno umanità e di conseguenza meno dramma vero.

Simone Fortunato

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