The Happy Prince – L’ultimo ritratto di Oscar Wilde

The Happy Prince – L’ultimo ritratto di Oscar Wilde

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Il ritratto degli ultimi anni di vita dello scrittore Oscar Wilde, esiliato a Parigi dopo essere stato imprigionato per omosessualità.

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Nel 1895 Oscar Wilde, poeta, commediografo e romanziere viene condannato a due anni di prigionia per la sua relazione omosessuale con il figlio del Marchese di Queensberry, Lord Alfred Douglas detto “Bosie”. Nel 1897 esce di prigione esiliato dalla sua patria, schifato da quella società che l’aveva eletto come proprio idolo: solo pochi amici gli sono ancora vicini, quando i soldi non ci sono più e nemmeno la voglia di scrivere commedie. Il film racconta questi ultimi anni di esilio di Wilde, dal 1897 alla sua morte nel 1900, seguendo il suo vagare per l’Europa tra la Normandia, Napoli e Parigi, seguendo echi di vecchie amicizie, il desiderio per Bosie, il ricordo della famiglia, la propria omosessualità e il percorso di fede, che porterà alla conversione al cattolicesimo da parte dello scrittore.

Il film avrebbe potuto essere l’ennesimo film biografico piuttosto didascalico su una grande personalità omosessuale e discriminata, ma invece questo film d’esordio alla regia di Rupert Everett (che da anni ha rivelato la sua omosessualità) qui anche in veste di sceneggiatore oltre che attore protagonista, si dimostra essere molto più affascinante e complesso. The Happy Prince ha infatti il grandissimo pregio di riuscire a raccontare la complessità del personaggio di Oscar Wilde: pare infatti impossibile ancora oggi che grandi opere diversissime tra loro come Il ritratto di Dorian Gray, L’importanza di chiamarsi Ernesto, Il principe felice e il De Profundis possano essere state partorite dalla stessa mente. La personalità di Wilde è complessa e contraddittoria e Rupert Everett, anche come incarnazione fenomenale dello scrittore, riesce a raccontarla al meglio. Un angelo caduto da un mondo scintillante e vuoto, che è causa della propria rovina e decadenza, ma che al contempo in questa sua caduta incontra un amore più grande e intraprende un percorso di conversione e di avvicinamento alla fede. Proprio quest’aspetto della fede è un elemento chiave del film (e di Wilde), che lo rende quasi “scomodo” ai bilanci tanto odierni quanto dell’epoca. È contraddittorio e difficile da credere che un uomo colpito da tutte quelle accuse, appena uscito di prigione, amante dei vizi e dei bei giovani possa nonostante tutto amare la propria moglie e i propri figli e avvicinarsi al cattolicesimo, cercando pace in chiesa e arrivando ad avere in punto di morte l’estrema unzione, risultando incomprensibile anche per gli amici più fedeli come il Reggie di Colin Firth (sempre bravo anche se non troppo presente).

Il personaggio del protagonista è quindi reso con affascinante complessità da Everett (che già aveva recitato nei film Un marito ideale e L’importanza di chiamarsi Ernest, tratti appunto da Wilde), in un’ambientazione di Europa decadente che echeggia la Venezia di Morte a Venezia di Visconti (anche per la presenza di Bosie come mitologico oggetto del desiderio impossibile di Adone). Peccato che non sempre la qualità registica sia allo stesso livello, a passaggi di grande rigore visivo (la parte a Napoli che un po’ ricorda Il giovane favoloso di Martone) si alternano momenti di camera a mano abbastanza televisivi e piatti.
Particolare è inoltre la scelta di scandire il racconto non in ordine cronologico ma seguendo diversi momenti della vita dello scrittore in cui racconta Il principe felice ad un pubblico di bambini (prima i figli, poi due orfani parigini). Scelta curiosa ma in linea con la complessità strutturale del personaggio, per l’opera forse meno intellettuale dell’autore: una fiaba che racconta di una statua di un principe che grazie all’amicizia con una rondine si riscopre buono.

Il Wilde di The Happy Prince è contraddittorio, debole, carnale, ma commovente perché nonostante tutto capace di amare la vita come un bambino e bisognoso di perdono.

Riccardo Copreni

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