Siamo in Australia, negli anni 50 del secolo scorso. Dopo anni di assenza, in un piccolo paesino chiamato Dungatar torna Tilly: se ne andò bambina inseguita da un’accusa terribile, torna donna sicura di sé dopo essersi affermata in Europa come sarta di gran classe. Tutti la respingono, compresa la madre che vive nello squallore più assoluto. Ma lei, determinata a riprendere il posto che le spetta e a vendicarsi, usa la sua bravura con i vestiti per aiutare e affascinare alcune donne (e non solo donne) e far rodere di invidia altre. E il suo charme per far girare la testa a mezzo paese. Mentre con l’aitante Teddy, giocatore di football locale (che assomiglia al rugby), nasce una bella storia d’amore. Ma l’equilibrio minacciato da Tilly è destinato a esplodere. Svelando una volta per tutte la verità su quell’oscuro passato.

È uno strano mix di stili e toni, il ritorno dopo quasi vent’anni di Jocelyn Moorhouse, regista australiana che si fece notare all’inizio degli anni 90 con Istantanee (con un giovane Russell Crowe) e che dopo un paio di altri film appena discreti si dedicò alla produzione. Un po’ commedia nera, un po’ dramma, un po’ western – con i paesaggi di questo paesino in mezzo al deserto australiano che sono tra le cose migliori del film – un po’ “revenge movie”, quel filone di film di vendetta che nella chiave al femminile trova più di una declinazione nel cinema degli ultimi vent’anni. Qui la dark lady che si deve vendicare è interpretata dalla giunonica e affascinante Kate Winslet, affiancata da una madre – che all’inizio sembra sbucare da un horror – ben caratterizzata dalla grande Judy Davis, mentre la chimica con Liam Hemsworth che le fa da corte non cancella l’evidente divario d’età tra i due (ben 15 anni, mica pochi), quando i rispettivi personaggi dovrebbero essere quasi coetanei. Il film si fa ben seguire, per una felice delineazione dei caratteri secondari, un “coro” di paesani meschini e frustrati con il guizzo del poliziotto che ama i travestimenti (un ottimo Hugo Weaving). Ma la tenuta narrativa mostra un po’ la corda nella parte finale. Con una svolta macabra che risulta troppo brusca nel contesto di un film che a larghi tratti fa sorridere, e un epilogo via via sempre meno incisivo nonostante mille rivelazioni (troppo “spiegate”) e accadimenti. Quello che sulla pagina del romanzo di Rosalie Ham poteva essere ben digerito, tra le tante ambiguità nel paese di Dungatar, sul grande schermo non sempre risulta convincente. Resta la bella, ennesima prova di Kate Winslet e qualche momento azzeccato, se ci si può accontentare.

Antonio Autieri