The devil’s candy

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La famiglia Hellman, amanti del death metal, si trasferisce in una vecchia casa in aperta campagna, il padre pittore ritrova una perversa ispirazione e la figlia viene perseguitata da un uomo misterioso…

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Jesse Hellman è un pittore di scarso successo, dallo spirito libero amante del metal, la figlia Zooey è come il padre libera e amante del metal, la madre Astrid invece è più posata e più normale. È una famiglia disfunzionale ma unita, più da commedia indipendente che da film dell’orrore. La famiglia si trasferisce in una villa in aperta campagna trovata ad un prezzo stracciato, con un grande capanno dove Jesse può dipingere, e dipinge trovando in quella casa un’ispirazione perversa e demoniaca, che lo porta a dipingere visioni dell’inferno dove la figlia e altri bambini bruciano tra le fiamme. Questi nuovi dipinti piacciono alla gallerie, ma Jesse si allontana sempre di più dalla sua famiglia. Questa storia la vediamo alternata a quella di Raymon Smile, un uomo disagiato di mezza età, che incontriamo nel prologo a suonare nella notte un accordo sulla chitarra elettrica; e poi lo incontriamo nuovamente quando gli viene impedito di suonare. Fino a che, un giorno Raymond bussa alla porta della nuova casa Hellman dicendo di essere stato il precedente inquilino di quella casa.
È stato probabilmente il film dell’orrore più apprezzato della scorsa stagione che ora esce in home video con l’etichetta Midnight Factory, ormai una sicurezza per gli amanti del cinema della mezzanotte. Questo The devil’s candy è sicuramente un opera godibilissima e parecchio interessante, un ibrido assai preciso tra suggestioni culturali “alte” e “basse”, ci sono in ugual misura Morte a 33 giri (uno slasher cult degli anni ’80 sul metal) e il Faust, pittura e death metal. È anche un ibrido di due sottogeneri dell’horror, lo slasher con il pazzo assassino che uccide e squarta vittime e che perseguita una famiglia e il film di possessioni demoniache, dove a perseguitare una famiglia è il demonio. A tenere in equilibrio tutte queste suggestioni c’è l’ottima mano del regista australiano Sean Byrne, che adotta uno stile pulito, rigoroso ed essenziale nella composizione delle inquadrature e nell’organizzazione degli spazi, uno stile che sfugge a quello del cinema dell’orrore pop contemporaneo. Nello stile Byrne è supportato da un eccellente fotografia fatta di colori saturi, dalla colonna sonora rigorosamente metal e soprattutto da un montaggio veramente incredibile, basti pensare alla scena (quasi) capolavoro dove l’omicidio di un ragazzo è montato velocemente assieme al pittore che lavora, i colpi si uniscono ai colpi di pennello, e il colore steso al sangue che viene pulito nella vasca. Con questi mezzi il regista si può permettere di non mostrare la violenza, ma di suggerirla, di gore non ce n’è, ma tutti gli orrori sono sempre lasciati intendere allo spettatore, lasciandoli alla sua immaginazione.
Inoltre è abbastanza inedita la declinazione degli effetti della possessione del demone su Jesse: il male demoniaco non lo porta solo a compiere fatti strani, ma innanzitutto a non essere capace di voler bene alla sua famiglia. Colpisce infatti di questo film il ritratto che emerge di questa famiglia particolare ma sinceramente unita, è una cosa inconsueta una realtà positiva in un film dell’orrore.
Un bel film quindi, peccato solo per la parte finale, dove un po’ il meccanismo si inceppa e diventa più grottesco e divertente che spaventoso, un’impennata rock-demenziale alla Tenacious D che un po’ stona con la serietà del resto, ma che tutto sommato è in linea con un film godibile e divertente.
Un applauso per i titoli di coda, musica metal e le illustrazioni di Gustave Doré dell’Inferno di Dante.

Riccardo Copreni

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