The Brink – Sull’orlo dell’abisso

The Brink – Sull’orlo dell’abisso

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Qualche mese al seguito delle campagne politiche di Steve Bannon, lo stratega della vittoria di Trump e ora ispiratore del movimento populista in Europa…

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Steve Bannon è un professionista della propaganda politica in un Paese, gli Stati Uniti, dove le campagne sono immani operazioni di vendita di un candidato o di un’agenda. Bannon è una figura “divisiva”: amatissimo (come vediamo nel documentario) dai suoi sostenitori, odiato con altrettanta passione dai suoi detrattori nel campo liberal (e, va detto, anche da parecchi nello schieramento repubblicano).

Da noi in Europa era meno conosciuto, ma nell’ultimo anno (che è anche quello che seguiamo nel documentario, fino alle elezioni americane di Mid Term del novembre 2018) il suo nome ha iniziato a girare parecchio, come quello dell’ideologo della grande alleanza di partiti populisti pronta a scardinare l’Unione Europea. È lo stesso Bannon a vantarsi, senza nasconderlo, di aver sdoganato parole come populismo e nazionalismo (economico) sulla scena pubblica.

Quello di Bannon è soprattutto un lavoro dietro le quinte, fatto di incontri a tavola (anche se l’uomo, nonostante i buoni propositi e i beveroni salutisti dei primi minuti del film, sembra la caricatura della cattiva alimentazione americana, tra bibite alla caffeina e cibo spazzatura), di elaborazione di slogan comuni, che hanno al centro la lotta contro l’immigrazione e l’interesse nazionale. Ma ci sono anche le interviste televisive e il lavoro alla radio, che sembra essere il suo ambiente naturale, quello in cui esprime al meglio la propria retorica trascinante, e i mille incontri con gli attivisti, con cui stabilisce un rapporto complice, caldo, fatto di piccoli slogan ripetuti ma sempre efficaci.

L’identità e l’ambiguità ideologica dei “compagni di strada” sembra interessare poco a Bannon, che da americano ha un’idea un po’ semplificata dell’Europa: tra il comico e l’inquietante i siparietti con i leader del Front National francese e con l’inglese Farage, o l’intervista a Venezia in corrispondenza di un altro film su di lui uscito poco tempo fa. Il Bannon che emerge dal documentario (prodotto da una sua ex collaboratrice con chiari intenti demolitori, che il suo oggetto sembra percepire solo a tratti) è di un uomo che vive totalmente per la sua “missione” («cosa è la vita privata?» domanda perplesso quando gli fanno notare come l’azione politica lo assorba), capace di assorbire le sconfitte rilanciando la sfida, di usare al meglio ogni materiale a disposizione, curioso e capace di grande umorismo e per questo spiazzante anche per chi si accosti a lui da una prospettiva ideologica opposta.

Sotto questa superficie, un po’ alla volta il documentario fa emergere le molte, troppe, ambiguità ideologiche (si tratti della marcia dei suprematisti bianchi finita in tragedia in Usa l’anno scorso o delle dichiarazioni sul nazismo di alcuni estremisti di destra in Inghilterra), che Bannon non nega ma su cui “pattina” con abilità e una durezza di fondo che emerge tutte le volte che il nostro non ottiene ciò che vuole.

Il personaggio, resta, nel bene e nel male, larger than life, e lo dimostrano i confronti con tanti dei suoi oppositori o con giornalisti ideologicamente opposti a lui, che rischiano, senza volerlo, di fare la figura dei saccenti e di apparire aggressivi di fronte a un avversario pacatamente convinto che il fine giustifichi i mezzi e che basti affermare un concetto semplice, vero o falso che sia, perché prima o poi la gente ci si appassioni e sia pronta a lottare per esso.

Laura Cotta Ramosino