Terrore nello spazio

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Due astronavi atterrano su un pianeta “spento” e misteriose forze immateriali si impadroniscono degli astronauti… Il capolavoro della fantascienza italiana del più visionario e artigiano tra i registi nostrani.

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Il Galliot e l’Argos sono due astronavi che in viaggio nello spazio profondo ricevono un SOS da un pianeta “spento” e decidono di atterrare in ricognizione. Durante l’atterraggio, però, forze sconosciute spingono l’equipaggio dell’Argos a uccidersi a vicenda. Solo l’intervento del capitano impedisce la strage: una volta sul pianeta, gli astronauti conoscono i terribili segreti del luogo.

Nei lontani anni 60, quando l’industria del cinema di genere italiano era in piena attività, Mario Bava – forse il più visionario regista del cinema popolare italiano – decide, quasi per scommessa di addentrarsi nel territorio di un genere nuovo a produzioni nostrane: la fantascienza. Oltre a Bava saranno in pochi a esplorare questo genere in Italia: Antonio Margheriti aveva provato all’inizio del decennio con Space Men e Il pianeta degli uomini spenti; alla fine del decennio ci avrebbe riprovato in televisione il coraggioso Vittorio Cottafavi con A come Andromeda. Bava lavora quasi per scommessa con i produttori e con un budget quasi ridicolo, girando tutto il film in un unico teatro di posa con scenografie di cartapesta riciclate dai film di Ercole in voga in quel momento. Il punto di partenza è il racconto Una notte di 21 ore di Renato Pestiniero, uno dei pochi scrittori di fantascienza italiani. Con una buona dose di ingegno Bava piega le esigenze di budget a suo favore, creando un’atmosfera decisamente poco scientfica e molto fantastica, anzi orrorifica, creando un pianeta dalla geografia impossibile più simile ad una bolgia infernale dalla quale non esiste alcuna via di scampo. A completare la forza visiva è la fotografia costituita, come al solito con Bava, da colori acidi totalmente innaturali ed immotivati che creano una sorta di “espressionismo acid-pop” a cui tanti autori d’oltreoceano (e non) guarderanno con ammirazione. Questa atmosfera così soffocante amplifica le potenzialità di una storia, un po’ stiracchiata forse ma con alcune trovate incredibili (come il finale), costruita su una minaccia invisibile, misteriosa e impossibile da combattere. Saranno in molti tra  grandi di Hollywood a ricordarsi di questo film (arrivato in America, dove è diventato un cult, con il titolo altisonante Planet of the vampires), da Ridley Scott, il cui Alien ne è quasi un remake ad alto budget, fino a Joe Dante e Tim Burton.

Infine il finale è un colpo di scena che ha del geniale. Un finale che, nella miglior tradizione della narrativa fantascientifica, ribalta la prospettiva di tutto quanto visto finora e pone nuovamente la domanda: cosa è l’uomo, e da dove proviene?

NB: Di quest’opera si può trovare una meravigliosa edizione restaurata curata dal regista danese Nicolas Winding Refn (Drive, The Neon Demon), che la considera il suo film preferito.

 

Riccardo Copreni

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