Terraferma

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A Lampedusa una famiglia di pescatori trae in salvo un gruppo di clandestini e decide di non denunciarli alla polizia.,

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Vincitore del Gran Premio della Giuria alla Mostra del Cinema di Venezia 2011, il quarto film di Emanuele Crialese ha tutti i crismi del film impegnato e d'autore. Una tematica forte (l'immigrazione); un luogo noto, ormai inflazionato sui media (Lampedusa, anche se il film è girato a Linosa); un parterre di bravi attori (Finocchiaro e compagnia: lei è bellissima e bravissima). E ancora: una coerenza stilistica e tematica molto forte: il mare, i migranti, la solidarietà del popolo, il discorso sulle radici e sull'identità percorrevano almeno due film precedenti del regista di origine siciliana, Respiro e, il più riuscito di tutti, Nuovomondo. E, non ultimo: uno stile cinematografico assai ricercato e molto curato nella confezione. Grandi scenari splendidamente fotografati, un realismo linguistico che richiama i tanti big del nostro passato, da Rossellini a Visconti, fa il paio con la ricercatezza di alcune sequenze: la sequenza del mappamondo, ma anche quella della protesta dei pescatori davanti alla caserma della Guardia di Finanza, o quella del barcone stipato di turisti in festa che richiama alla mente Lamerica di Amelio suscitando però sentimenti opposti. Eppure, a differenza proprio di Nuovomondo, il film fatica sul piano delle emozioni e del coinvolgimento dello spettatore. Non mancano alcune sequenze suggestive: il rapporto tra le due donne, la venuta alla luce della bimba e gli attori protagonisti, specie la Finocchiaro e il giovane Pucillo, già nel cast di Respiro e Nuovomondo, convincono e partecipano con intensità alla vicenda. Il film però non manca di difetti: alcuni personaggi sono abbozzati o schematici come il finanziere interpretato da Claudio Santamaria o l'animatore turistico impersonato da Fiorello. Sul piano narrativo, se la storia della donna etiope rifugiata assume un ruolo centrale anche a livello emotivo, così non si può dire per quanto riguarda la vicenda periferica dei tre giovani turisti e della possibile storia d'amore tra Pucillo e Martina Codecasa (già vista in Sul mare di D’Alatri), la meno convincente del cast. E anche sul piano del contenuto, pur senza inciampare in gravi tranelli ideologici, Crialese quando deve enunciare il suo “messaggio”, lo fa nel modo più piatto e prevedibile possibile come nell'occasione della riunione dei pescatori con gli anziani in testa a difendere la legge del mare o attraverso la figura del peschereccio sigillato dalla Finanza e comunque destinato a essere demolito, oggetto reale ma anche metaforico, segno di tempi ormai perduti in cui il regista pare non riconoscersi più e non riconoscere più il proprio popolo, come accadeva, con ben altri risultati, sul finale di Nuovomondo. L'impressione, cioè, è che Crialese sia un regista di valore, con occhio e senso dell'immagine, merce rara tra i registi italiani e non, ma che non sia riuscito a rendere vita vera, storia palpitante una vicenda semplice che forse non aveva bisogno di orpelli e decorazioni per emozionare. Vezzi autoriali che rischiano di mettere in secondo piano la storia di dolore e di accoglienza al centro del film e che allontanano lo stile di questo regista talentuoso dalla lezione dei maestri del Neorealismo, con cui pure cerca di misurarsi. Maestri per cui era necessario far parlare gli oggetti, i volti e le cose, più che ricamarci sopra.,Simone Fortunato

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