Ted Bundy – Fascino criminale

Ted Bundy – Fascino criminale

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L’incredibile vicenda di uno dei serial killer più famosi e crudeli della storia americana

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Quando il suo compagno, Ted Bundy, viene arrestato con l’accusa di aver aggredito numerose donne, Liz Kendall non riesce a crederci… Ma a poco a poco verrà fuori che si tratta di uno dei serial killer più crudeli della storia americana. Realizzato da Joe Berlinger, autore di un lungo documentario (reperibile su Netflix) sempre dedicato a Bundy, questo film se ne discosta per la particolare angolazione che dà al racconto, tratto dalle memorie della donna che visse per anni al fianco del killer, senza accorgersi della sua vera natura fin quasi alla fine.

Servito da una coppia di interpreti decisamente efficaci (Zac Efron, un tempo sorridente Disney boy, risulta credibilissimo nella sua malvagità della porta accanto, così come Lily Collins nella fragilità autodistruttiva di Liz) il film di Berlinger sorprenderà gli spettatori innanzitutto perché, pur raccontando la storia di un serial killer, non mette mai in scena la classica caccia all’uomo di tanti classici del genere. Intanto perché nel periodo che si racconta era ancora da venire la disciplina del profiling che siamo abituati a vedere in azione nei thriller più famosi. E poi perché di fatto, anche quando si va in oggettiva su Ted, la regia sta ben attenta a tenere fuori campo qualunque prova delle sue malefatte, in modo da cavalcare la dichiarazione di innocenza che l’uomo mantiene fino alla vigilia dell’esecuzione.

Non che questo impedisca al pubblico di cogliere i tratti di una personalità disturbata e narcisistica e di conseguenza immaginare tutto ciò che qui non è mostrato, ma certo lo scopo è quello di rendere almeno in parte la prospettiva di Liz (e poi, più avanti, quella di Carol Ann: un’altra donna innamorata del killer che gli sta vicino negli anni di prigione e processi). L’andamento un po’ frammentario del racconto (che forse avrebbe anche potuto essere più breve) toglie un po’ di tensione al film, che tuttavia ha il pregio di affascinare nel momento in cui riproduce la prosaicità del meccanismo che portò infine ad incarcerare l’autore di molte decine di omicidi, passato inosservato fino a quel momento grazie alla mancanza di coordinamento tra le diverse investigazioni.

Efron regala al suo Ted un fascino non tanto criminale (come nel titolo italiano) ma manipolatorio, quello di un narcisista al punto da volersi difendere da solo (battibeccando anche con il giudice – un bravissimo John Malkovich), un uomo a cui serve un pubblico di ammiratori (che non gli mancarono a quanto pare, nonostante i racconti sempre più sanguinosi che emergevano con il proseguire delle indagini) e che si tiene testardamente la scena fino alla fine, mentre altrove, come in un sistema di vasi comunicanti, la sua ex compagna deperisce perché mangiata dai sensi di colpa. Anche su Liz ci aspetta un twist interessante, anche se si fatica a goderne proprio perché non c’è il tempo di goderne i segnali anticipatori. Il film resta comunque un thriller godibile, anche se non certo adrenalinico, con un’ottima ricostruzione dell’epoca e dei fatti.

Luisa Cotta Ramosino