Takara – La notte che ho nuotato

Takara – La notte che ho nuotato

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Takara, un bambino di sei anni, un giorno decide di non andare a scuola.

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La mattina presto è ancora notte. Dentro casa i rumori leggeri sembrano sempre pesanti. Fuori la neve rende silenziosa ogni cosa. Un uomo si sveglia presto. Forse ha già fatto colazione quando, seduto intorno a un tavolo, fuma una sigaretta. Ha già addosso il cappotto e cappello di lana. La stanza è colorata, non è un uomo solitario. Esce di notte per andare a lavorare in una azienda di smistamento del pesce surgelato. L’uomo si allontana guidando una macchina e dalla finestra lo osserva silenzioso suo figlio di sei anni.  È Takara: anche lui è sveglio, poco prima dell’alba. Mangia, guarda la televisione, prova a svegliare la madre. Anche sua sorella sta dormendo. E quando si svegliano, quando la luce del giorno, resa ancora più nitida dalla neve, schiarisce la casa, lui si addormenta. Tanto c’è la madre che lo veste, mentre lui è in pieno sonno. Si risveglia poco dopo, infila un disegno dentro lo zaino e poi, a pochi metri dalla scuola, decide di non andare. Cammina per le strade innevate, gioca, si addormenta. Raggiunge una stazione. Forse sta scappando. Ma quando Takara estrae la macchina fotografica e si sofferma su quella fotografia scattata, che ritrae un primo piano del padre sorridente, tutto diventa chiaro.

Non c’è una frase, né un dialogo nel film ambientato in un Giappone innevato. Anche nella metro, dentro il treno, al bar. Tutti si guardano, ma non parlano tra di loro. Non si stupiscono di vedere un bambino da solo. Le azioni di Takara sono più eloquenti del suono delle parole. Corre, abbaia spaventando un gruppo di cani legati. Ogni tanto una melodia suonata da un pianoforte accompagna il viaggio di Takara. I rumori delle macchine, i passi sulla neve, le voci lontane di un gruppo di bambini della scuola di sci, la campana di una Chiesa, il gioco in un centro commerciale.

Lo sguardo di Takara – protagonista, assoluto, di Takara – La notte che ho nuotato (in concorso a Orizzonti al festival di Venezia 2017) – è quello che guida la macchina da presa. E detta le regole della storia. Questo film è una piccola scommessa voluta dai due registi che hanno diretto il lungometraggio a quattro mani: il francese Damien Manivel (nel 2012 premio Semaine de la Critique per il cortometraggio Sunday Morning), e il giapponese Igarashi Kohei. I due autori  insieme hanno deciso di girare questa storia: Kohei avrebbe voluto filmare un film con un bambino, Damien desiderava ambientare il suo nuovo lavoro in uno scenario innevato. Insieme hanno creato, smantellando le regole della narrazione perfetta, dell’arco drammatico, dei tre atti temporali presenti in quasi tutti i film, un’opera deliziosa, lieve che suggerisce allo spettatore, evitando la spocchiosità autoriale, quanto, per un figlio, possa essere profonda la mancanza di un padre.

Emanuela Genovese

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