Suffragette

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Inghilterra 1912. Maud Watts lavora come operaia in una grande lavanderia e viene coinvolta per caso nelle proteste delle suffragette…

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Ci si poteva aspettare qualcosa di più da una storia firmata da Abi Morgan (altrove fine cesellatrice di caratteri e trame) e invece il film di Sarah Gavron, ben intenzionato e impreziosito da un cast femminile stellare (anche se Meryl Streep nei panni della guida del movimento Emmeline Pankhurst fa solo un brevissimo cameo), mostra tutti i difetti di questo tipo di operazione. La sua protagonista Maud Watts è il classico esempio dell’incredulo che diventa apostolo. In un mondo che alle donne, specie quelle più povere, non concede nulla (oltre la paga inferiore agli uomini, le operaie devono abitualmente subire le attenzioni del principale), lei è solo desiderosa di conservare il poco che ha (un marito con cui condivide una vita di lavoro duro e mal pagato, un figlio che ama), a costo di ingoiare umiliazioni. Sarà l’incontro con un manipolo di donne già coinvolte nella causa, tra cui la determinata farmacista Edith Ellin e la compagna di lavoro Violet Miller, e ancor più una serie di soprusi subiti, a forgiare carattere e convinzioni e a coinvolgerla in lotte che per l’epoca sembravano destinate al fallimento e avevano appena iniziato a seguire strade più violente e spettacolari.

Tutto questo processo, però, suona fin troppo meccanico e manipolatorio (la povera Maud accumula una tale quantità di disgrazie e ingiustizie che basterebbero per almeno un paio di protagonisti dickensiani), mentre gli antagonisti restano figure bidimensionali al limite della caricatura, con l’eccezione parziale  dell’ispettore Steed (il solito ottimo Brendan Gleeson), il poliziotto incaricato di sorvegliare il pericoloso “movimento sovversivo”, e che lo fa con metodi per l’epoca all’avanguardia, con l’uso di macchine fotografiche portatili e sistemi di identificazione e classificazione da spy story.

Tra repressione violenta e cieca, carcerazioni e alimentazione forzata (molte suffragette sceglievano la via dello sciopero della fame), i dilemmi morali connessi con una lotta che a un certo punto sceglie anche la via della violenza restano tutto sommato in superficie; e l’evanescenza della figura della Pakhurst, leader del movimento, rende alcune situazioni ancor meno comprensibili, nonostante il lodevole sforzo di ambientazione fatto con costumi e location. Sfugge ad esempio, l’esatta natura del rapporto tra le suffragette (attiviste pronte ad azioni illegali assortite, dai mattoni contro le vetrine, agli esplosivi nelle cassette della posta, fino a una esplosione nella villa in costruzione del primo ministro cui partecipa anche Maud) e la parte più ampia e “legale” del movimento per il voto alle donne, che sembrava limitarsi a manifestazioni di proteste e volantinaggi.

Suffragette è una storia che gronda di (per molti versi giustissima) indignazione morale, ma che poi preferisce la scorciatoia della vittimizzazione per veicolare una vicenda che avrebbe beneficiato di una maggiore complessità e un pizzico di originalità (basti pensare al geniale tocco sull’argomento offerto dal recente televisivo Sherlock e l’abominevole sposa). Suffragette resta, invece, più figlia di una impostazione narrativa da melodramma ottocentesco che finisce per annoiare nel suo prevedibile didascalismo.

Le compagne di lotta di Maud e lei stessa mostrano una fastidiosa tendenza alla tipizzazione idealizzata, trattamento cui non sfugge anche una figura importante, quanto drammaturgicamente periferica, come Emily Wilding Davison, la suffragetta che nel 1913 diede una drammatica visibilità alla causa buttandosi sotto gli zoccoli del cavallo del re durante il Derby e dando così la prima “martire” alla causa del suffragio femminile. Di fatto peraltro – cosa che la pellicola non dice – il voto che le donne ottennero in Inghilterra nel 1918 fu forse più il frutto del rivolgimento sociale dovuto alla guerra che di una azione spettacolare e disperata come la questa.

Laura Cotta Ramosino

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