Styx

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Una donna indipendente, medico e appassionata velista, da sola nell’Oceano Atlantico si imbatte nel naufragio di un’imbarcazione di disperati

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Pochi istanti dopo un incidente stradale, arrivano ambulanze e soccorsi medici a salvare un automobilista ferito: siamo a Colonia, in Germania, dove tutto sembra perfetto ed efficiente. Il medico che soccorre il ferito è Rike, donna di circa 40 anni, decisa e sicura di sé. E non solo sul lavoro: la sua passione è la vela, e si appresta a viaggiare in solitaria con la sua attrezzatissima barca, da Gibilterra all’isola di Ascensione, luogo splendido di bellezza e pace in mezzo all’Oceano Atlantico, fra l’Africa e il Sudamerica; nella solitudine più assoluta. Il viaggio non è una passeggiata, tra tempeste e difficoltà pratiche, ma Rike è donna energica e capace, che non perde mai il controllo. Finché non si imbatte in un barcone alla deriva, da cui provengono urla di disperati. Lei chiede aiuto via radio, ma le risposte, inizialmente rassicuranti, sono sempre più vaghe. A nessuno interessano quelle persone? E quella donna, cui viene intimato di non immischiarsi perché non ha i mezzi idonei ad aiutarli («lei complica le cose: può sembrare la salvezza, ma non lo è»), eseguirà gli ordini e se ne andrà via?

Presentato al Festival di Berlino 2018, dove vinse il premio della Giuria ecumenica,  e tra i tre finalisti del Premio Lux del Parlamento Europeo, Styx è un film tanto ostico (anche nel titolo, significativo ma non di facilissima interpretazione: allude al mitologico fiume degli inferi, lo Stige raccontato anche da Dante; termine che in inglese equivale a “morte”) quanto prezioso nella sua drammatica attualità. Non solo per il dramma dei migranti, messo in scena con allucinata sobrietà (poche parole, solo urla, rumori e gli sguardi di un ragazzino: l’unico che vediamo da vicino), quanto per l’accento sulla responsabilità umana, collettiva e individuale, del soccorso a chi si trova in pericolo di vita. Anche in frangenti che possono sembrare – soprattutto nel contesto della protagonista – impossibili da affrontare, ma che interrogano appunto il senso di umanità della donna rappresentata dal film diretto dall’austriaco Wolfgang Fischer come dello spettatore che accetti la sfida. Non certo da poco: il film è quasi muto (e circola in Italia con i sottotitoli, nelle poche scene parlate), e vede in scena per lunghi tratti la sola protagonista Susanne Wolff (molto brava, va da sé) che come altri film analoghi (All is Lost di Robert Redford è l’esempio più vicino) mostra sicuramente anche l’argomento della sopravvivenza solitaria in un contesto pieno di difficoltà. Ma qui è appunto la tragedia, contemporanea, di poveri disperati e delle domande che essi pongono, quello che più interessa all’autore. E c’è anche più di un pizzico di metafora, per espressa ammissione dell’autore: è ingiusto lasciar da soli a fronteggiare tale dramma non solo singoli naviganti (evento improbabile, almeno come lo racconta Styx) quanto gli stessi Stati. Una “morale” che dovrebbe piacere, paradossalmente, anche a chi vede con sospetto certi film, perché troppo aperti all’accoglienza degli stranieri.

In tutto ciò il film non è solo un “film dossier”, a tesi e a risposte già precostituite (il problema di quanto poco sia efficace l’aiuto di un singolo non è sottaciuto), ma una bella sfida anche artistica e complessivamente riuscita. Certo, c’è un po’ di compiacimento autoriale nel realizzare un film “difficile” e “per pochi” (di cui però la curiosità viene premiata), quando non sarebbe stato impossibile trasformare la stessa storia in un film per platee più ampie senza cedere a compromessi ignominiosi. Ma il regista austriaco (classe 1970) al secondo lungometraggio dimostra di avere piena padronanza dei mezzi tecnici, espressivi e narrativi, che fanno sperare in un’evoluzione più aperta della sua carriera. Per vederlo in futuro alle prese con film dal potenziale più largo: perché certe storie se rimangono confinate a pochi spettatori servono, ahinoi, a ben poco.

Luigi De Giorgio