Stuck in Love

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Le vicissitudini sentimentali dei componenti di una famiglia americana in cui l’arte dello scrivere si tramanda di padre in figlio

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Incastonato nell’arco temporale di un anno, tra due feste del Ringraziamento, Stuck in Love narra in modo brioso e drammatico una storia familiare sul filo conduttore dello scrivere, come sottolineano le prime battute che compaiono anche in sovraimpressione, quasi dattilografate oltre che recitate. Una famiglia americana particolare, dove il padre, Bill Borgens (Greg Kinnear in piena forma), è uno scrittore che ha raggiunto il successo con un classico memorabile, ora però “bloccato” professionalmente a causa della separazione causata dalla moglie Erica (Jennifer Connelly),  che si è trovata un “modello più giovane” e palestrato. Bill, ancora innamorato della moglie, nonostante si conceda una relazione sporadica con una ginnica “amichetta di letto” (l’esuberante Kristen Bell), spia furtivamente Erica per monitorare la sua presunta felicità e la aspetta ad oltranza lasciando perfino apparecchiata la tavola per lei ogni giorno. I figli, di 16 e 19 anni, sono agli antipodi l’uno dall’altro: Rusty (un bravissimo Nat Wolff , successivamente nel cast di Città di carta) è romantico e sogna di incontrare il vero amore, mentre Samantha è cinica e libertina (Lily Collins, lontanissima dalla Biancaneve che l’ha poi resa famosa), bloccata nel suo rapporto verso la madre, alla quale, con  aperto disappunto,  nega qualsiasi contatto. Poi ci sono Kate, la ragazza di Rusty, con il suo problema di tossicodipendenza non del tutto risolto, e Louis, il ragazzo di Samantha (impersonato da Logan Lerman che avevamo già apprezzato in Percy Jackson), unico personaggio che resta saldo in una saggezza che forse gli viene dal suo stretto contatto con la sofferenza della madre.

Lo snodo della vicenda procede con dialoghi schietti e ben costruiti, supportato da un’ottima colonna sonora e alla quale il regista (che firma anche la sceneggiatura e un brano musicale) affida per buona parte la narrazione dei sentimenti, così come con i titoli dei libri citati (per esempio il riferimento ad Alice nel paese delle meraviglie) che sono altrettanti spunti per lo spettatore. Alcune scelte però non soddisfano a pieno. Il regista Josh Boone, che ci regalerà nel 2014 il più fortunato Colpa delle stelle, rimane in superficie nel disegnare un modello genitoriale che non sa andare oltre il permissivismo (come il banale suggerimento al figlio di provare ogni esperienza per migliorare il suo talento di scrittore). I due protagonisti adulti sono di fatto bloccati nelle proprie contraddizioni, che i figli avvertono, salvati solo da uno sguardo che di fronte all’oceano della vita comprende quanto sia normale per un padre o una madre non essere “perfetti”.

Altre scelte registiche sono più felici, come l’assenza di dialoghi nella scena dell’appuntamento online, come a dire che niente di quella sera era interessante, se non il suo epilogo (di nuovo a cercare di spiare l’ex moglie); o come la poesia di Rusty in classe, il susseguirsi delle stagioni e la preparazione del pranzo per la festa del Ringraziamento con padre e figlio che cucinano insieme, o l’omaggio a Stephen King. Il finale, a tavola, però avrebbe potuto essere più efficace rivalutando il senso più profondo della tradizione americana.

Lorella Franchetti

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