Strange days

Strange days

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31 dicembre 1999: in una Los Angeles nervosa e violenta, un ex poliziotto dall’esistenza disperata e sordida viene coinvolto in un omicidio.

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È una Los Angeles più inquietante che mai quella che attende il 2000: parte il 30 dicembre 1999 l’azione del film di Kathryn Bigelow – che, di qualche anno precedente alla fine del Millennio – interpretava bene ansie e paure – in una città dove dominano violenza e sopraffazione. Motore della vicenda è Lenny Nero (Ralph Fiennes), ex poliziotto corrotto che spaccia squid, un aggeggio in grado di registrare percezioni sensoriali e non (vista, udito, stati d’animo) dalla corteccia celebrale. Lenny vende emozioni forti a poveracci, ma lui stesso si trova a rivivere i ricordi di un passato felice – che si ripresenta con immagini solari, in contrasto con il presente e per questo ancor più dolorose –con Faith (Juliette Lewis), la donna che lo ha lasciato. Il presente è invece terrificante: Faith lo odia e in più il debole Lenny si trova coinvolto in un omicidio misterioso. Solo un’energica amica (Angela Bassett) cerca di scuoterlo e di aiutarlo nella ricerca della verità.,Con Strange days ci troviamo di fronte a un film dal respiro epocale, spiazzante e angosciante, schierato e antirazzista (esplicite le allusioni al famoso pestaggio del nero Rodney King da parte della polizia di Los Angeles, agli inizi degli anni 90), mettendo in luce la crisi di una umanità che compra emozioni e non sa cosa farsene della propria vita. Strange days rimane sicuramente il miglior film della Bigelow, regista dal talento incontrollato ma sicuramente vitalissimo, come dimostrano i precedenti Il buio s’avvicina, Blue steel e Point break che però in futuro non ha dato prove altrettanto importanti (ma il potente The Hurt Locker fa ben sperare): qui ha il coraggio di proporre riflessioni impegnative – sulla società, sull’uomo, sul futuro che lo attende – pur partendo da situazioni non inedite. Uno dei film più importanti di fine Novecento, anche per lo stile, mosso e nervoso senza mai scivolare nella maniera; e per la capacità di fare “fantascienza” pur raccontando di un periodo immediatamente successivo a quello in cui è stato girato. E la scena finale, con il protagonista che finalmente si scuote dal torpore e apre finalmente gli occhi sulla sua vita e su chi gli sta vicino, è una delle “chiusure” di film più belle mai realizzate.,Non meno importante la prova dei tre protagonisti: se Juliette Lewis e Angela Bassett in quel periodo erano attrici di tutto rispetto, che però per motivi diverse non hanno più avuto chance di dimostrarlo, Ralph Fiennes iniziava a rivelare la sua statura di fuoriclasse. L’attore inglese, che già si era dimostrato ottimo interprete di Schindler’s list e Quiz show, con la dolce figura di uomo apparentemente marcio, in realtà smarrito e indifeso, iniziava a reclamare un posto sicuro tra i mostri sacri del cinema.,Antonio Autieri

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