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Sarebbe ingiusto catalogare Star Wars – Il risveglio della Forza come una pura “operazione nostalgia” o una speculazione commerciale. Non che manchino entrambi gli aspetti, ma la regia di J.J. Abrams unita alla sceneggiatura di Lawrece Kasdan sono evidentemente il frutto del lavoro di persone che ammirano e rispettano la saga iniziata nell’ormai lontano 1977 che tanto ha influenzato la cultura pop di tutto il mondo. Al di là dei poco felici prequel (gli episodi I, II e III), il film di Abrams si innesta alla perfezione nella classica trilogia lucasiana, conservandone impianto, personaggi e stile narrativo (i legami con Il ritorno dello Jedi sono fortissimi). Orchestrando un’abile campagna promozionale che faceva leva proprio su questi punti forti, la Disney ha creato un’aspettativa smodata, manifestatasi con l’impressionante cifra di 100 milioni di dollari in biglietti prenotati, per non parlare delle code in attesa della prima proiezione.

Possiamo dire che le promesse, centellinate ormai da mesi con fotogrammi spezzoni, apparizioni dei protagonisti in convention e trasmissioni televisive, sono state mantenute. Star Wars – Il risveglio della forza inizia subito prendendo lo spettatore alla gola nel modo più classico: i soldati dalle bianche armature (prima al servizio dell’Impero, ora di quello che si chiama Primo Ordine), arrivano sul torrido pianeta Jakku, sparano, uccidono innocenti; impossibile opporsi. Ma un saggio anziano (un Max Von Sydow che subito richiama l’Obi Wan Kenobi di Alec Guinnes) consegna al giovane pilota della resistenza Poe (Oscar Isaac) un oggetto contenente una mappa. È quella che consentirà di ritrovare Luke Skywalker, misteriosamente scomparso e ricercato ora da tutti: dal Primo Ordine, che vuole mettere fine all’esistenza dei cavalieri Jedi, e dalla Resistenza, che vede in lui la speranza per difendere il bene. Ma compaiono da subito anche i nuovi protagonisti: Finn, disertore dell’esercito del Primo Ordine, e Rey, una ragazza che per vivere raccoglie rottami ma con un innato talento da combattente (a loro si aggiunge  BB-8, un droide sferico che evidentemente richiama R2-D2). Il male invece, sparito Darth Vader, è rappresentato da una triade: il generale Hux (una sorta di neonazista interpretato da Domnhall Gleeson); Kylo Ren (Adam Driver), una sorta di cavaliere nero solitario afflitto da un tragico complesso edipico; e il supremo leader, un ologramma creato dagli effetti digitali che sembra un incrocio tra Gollum, Voldemort e l’Imperatore Palpatine (e aggiungiamo anche un’arma al cui paragone la Morte Nera è una fionda da ragazzini).
A elencarli così sembrano tanti personaggi e la scena potrebbe sembrare affollata, ma Abrams sa il fatto suo e soprattutto ha in mano il perfetto legante: il tris d’assi Han Solo, Chewbacca e la principessa (ora generale) Leia. La loro presenza è un punto di riferimento costante che tranquillizza i vecchi spettatori e affascina comunque i nuovi: gli accenni alla comune storia passata sono sinceri e toccanti, il sarcasmo e l’ironia intatti, la magia dei primi film di Lucas è mantenuta armoniosamente. Un colpo di scena che non possiamo rivelare farà saltare tutti sulle poltrone, e il ritrovamento di Luke Skywalker è un perfetto cliffhanger che apre scenari buoni per almeno altri due episodi. Insomma, l’attesa è finita, ma il bello deve ancora venire.

Beppe Musicco

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