A Star is Born

A Star is Born

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Lui è una rockstar che per caso incontra lei, cameriera in un bar: la sente cantare, si innamorano e lui la lancia come stella. Ma all’ascesa di lei corrisponde il declino di lui

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Una storia semplice, efficace e già vista: Jackson Maine è un chitarrista e rockstar all’apice del successo; il fratello gli fa da agente, ma è solo e alcolizzato. Una sera, tornando da un concerto, si ferma a bere in un locale queer e lì per caso assiste alla performance di una cameriera. Ne rimane colpito, la conosce, i due passano la notte assieme e nei giorni dopo la porta con sé in tournée e la fa cantare. È un trionfo. I due si innamorano e si sposano, lei diventa un’icona pop. Ma i problemi di Jackson con l’alcool si aggravano…
Esordio alla regia dell’attore Bradley Cooper (Il lato positivo, American Hustle) con un storia, ricca di musica e molto classica per Hollywood, già portata al cinema quattro volte: dalla prima del 1937 (che peraltro riprendeva un altro film del 1932, A che prezzo Hollywood?) a quella del 1953 con Judy Garland e la regia di George Cukor (che è un vero capolavoro) fino alla più brutta del 1976 con Barbara Streisand. È la quintessenza del melodramma hollywoodiano, dove melodramma è inteso in senso letterale, cioè dove la musica dovrebbe diventare cassa di risonanza del dramma e dell’emotività drammatica. Questo succedeva nella versione con la Garland: in questa più recente versione non sempre succede, le canzoni originali (molte) sono spesso ripetitive e molto uguali tra di loro e molto adagiate su sonorità pop; invece di elevare il dramma a sentimento puro (come nella tradizione operistica, o nel miglior musical), rischiano piuttosto di appiattirlo. Spesso il sentimento è piatto e superficiale e più che un melò sembra di trovarsi davanti a una frase da bacio perugina.
Altrettanto spesso invece, ma non sempre, alcuni passaggi  (è inutile essere spocchiosi e negarlo) pur sotto una certa patina funzionano: in alcuni momenti, insomma, l’emozione c’è, come nel primo concerto assieme o nel semi-finale con Cooper. Il merito va di sicuro innanzitutto alla storia, che se è un classico un motivo c’è: funzionava negli anni 30 e continua a funzionare anche oggi. Un’altra nota di merito va alla regia: Bradley Cooper esordiente sceglie un linguaggio (forse un po’ facile) da cinema indie americano, con molta macchina a mano costantemente attaccata agli attori, che però nelle scene sul palco funziona molto. Accanto a molte scelte più convenzionali nella gran parte della pellicola, c’è anche qualche idea di messa in scena più forte (e quindi efficace) come nel già citato semi-finale.
Infine, uno dei veri motivi per cui alla fine vale la pena la visione del film: gli attori, lui e lei in perfetta alchimia. Lui è lo stesso Cooper, molto bravo a recitare, ma anche a cantare; lei è Lady Gaga, brava a cantare e incredibilmente brava anche a recitare, e verso la quale il Cooper regista ha l’intelligenza di fare spazio per “lasciare brillare la stella”. Forse per chi era diffidente è una sorpresa: forse, anche per il cinema, è veramente “nata una stella”.

Riccardo Copreni

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