St. Vincent

St. Vincent

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Un pensionato misantropo e con parecchi vizi accetta di fare da baby sitter al ragazzino undicenne della vicina di casa.

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Il primo pensiero vedendo St. Vincent è stato per il compianto Walter Matthau, quando in E io mi gioco la bambina, interpretava “Tristezza”, uno scommettitore incallito che si ritrovava controvoglia tra i piedi una ragazzetta cui alla fine faceva anche da padre. Il Vincent di Bill Murray richiama un po’ lo stesso personaggio, anche se adeguato ai nostri tempi (quindi in peggio): si veste come un barbone, ha il conto in rosso, beve, frequenta prostitute (onore a Naomi Watts, per la prima volta in un ruolo comico), gioca ai cavalli e deve soldi agli allibratori. Ma Vincent è anche l’unico vicino di casa di Maggie (Melissa McCarthy, ottima, per una volta in un ruolo non sopra le righe), madre che sta divorziando, lavora fino a tardi e non può seguire il figlio Oliver quando esce da scuola. Con qualche riluttanza si accorda con Vincent, tutt’altro che disinteressato: per 11 dollari l’ora se ne farà carico lui. Oliver è piccolo per la sua età e, nonostante frequenti la tranquilla scuola della parrocchia (anche se è ebreo) è oggetto delle vessazioni dei compagni più grandi.

Ovviamente il bello del film sta proprio nel modo col quale Vincent si prende cura del piccolo Oliver: fondamentalmente continua a fare quello che faceva prima, ma tirandosi dietro il ragazzino, che imparerà non solo a farsi rispettare, ma anche come giocare ai cavalli e altre particolarità del mondo di Vincent. Alcune non proprio edificanti, altre commoventi, altre ancora molto utili, trovando anche lo spunto per la ricerca scolastica “chi sono i santi di oggi”, richiesta da Padre Geraghty nell’ora di religione. Ora, tutti possono intuire che un personaggio come quello di Vincent, Bill Murray potrebbe interpretarlo senza nemmeno leggere il copione, tanto gli viene naturale. Anche grazie a questo la commedia, per quanto intuibile, regge bene, senza scivolare nel melenso, ma al tempo stesso dando una bella rinfrescata al rapporto tra un adulto e un ragazzino innocente ma non stupido. Perché Oliver è ben educato e capisce perfettamente ciò che è bene e ciò che non lo è, ma proprio per questo guarda Vincent cogliendone aspetti veri e che ai più potrebbero sfuggire, deviati dall’aspetto tutt’altro che attraente del protagonista. La definizione di “santo” di padre Geraghty è probabilmente alquanto edulcorata, ma in fondo Vincent ha aiutato Oliver a diventare grande, mantenendo uno sguardo positivo e senza temere un mondo che sembrava spaventarlo. E non è escluso che anche Vincent abbia imparato qualche cosa dal suo giovane amico. Nota per gli amanti della musica: Vincent è anche un reduce del Vietnam, per cui potete immaginare cosa esca dalle audiocassette del suo vecchio Walkman.

Beppe Musicco

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