Spider

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Un uomo malato di mente entra in un ricovero, dopo un lungo periodo in manicomio. I ricordi del passato fanno emergere una tragedia familiare.

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Spider: così lo chiamava la madre. Madre che è stata uccisa durante la sua infanzia dal padre, sorpreso in compagnia di una donna di facili costumi che poi si portò in casa, imponendogliela come nuova madre. E che prende il suo posto a tal punto da assomigliarle moltissimo, a parte i modi volgari. Ma forse questo è quello che ricorda lui, le cose potrebbero essere andate diversamente…

Il film di David Cronenberg, dall’omonimo romanzo dello scrittore inglese Patrick Mc Grath, recupera i temi a lui cari della follia, dell’allucinazione e dell’alienazione (manca solo la mutazione genetica, anche se quel titolo e quel gioco di costruire ragnatele nella sua cameretta farebbe pensare a un bambino che si crede davvero un “ragno”). Ma lo fa con maggior semplicità e chiarezza (ovvero comunicando meglio con lo spettatore) di altri titoli celebri della sua filmografia: i fans lo hanno trovato troppo accademico, i non “adepti” al culto cronenberghiano lo trovano, invece, maggiormente “commestibile”.

Detto questo, potrebbe sembrare il solito dramma psicanalitico freudiano, con tanto di complesso di Edipo. Ma la capacità di creare inquietudine e di incrociare i piani del racconto (grazie anche al ruolo multiplo incarnato da Miranda Richardson, anche se non è una novità) è notevole, come lo è altrettanto la superba interpretazione di Ralph Fiennes (guardatelo quando bofonchia parole incomprensibili e provate a smentirlo): tra i migliori attori del mondo, e non da oggi.

Antonio Autieri

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Scrivo di cinema dal 1992. E dal 1994 dirigo giornali, giornalini, ora testate on line...