Spider-Man: Homecoming

Spider-Man: Homecoming

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Peter Parker è combattuto tra il fascino di essere un super eroe e il desiderio di una vita normale tra i suoi coetanei.

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Con la terza release del super eroe, la Marvel decide di spostare indietro le lancette dell’orologio: dopo la sua apparizione in Captain America: Civil War, il giovane Peter Parker (Tom Holland, una scelta veramente azzeccata) è un vero e credibile teenager  – cosa che difficilmente si poteva dire dei precedenti interpreti – e che aggiunge ulteriore accento al miglior personaggio (non me ne vogliano i cultori di altri super eroi) dell’universo Marvel.

Il film comincia pochi mesi dopo la comparsa di Spider Man a fianco di Iron Man nel combattimento contro Capitan America: Peter, ringalluzzito per aver combattuto con gli Avengers “Ho rubato lo scudo a Capitan America!” e reso ancora più potente dal nuovo costume studiato per lui dal suo mentore Tony Stark, freme per diventare un Avenger a tutti gli effetti e cominciare a combattere il crimine, cominciando proprio dal Queens, il quartiere di New York dove abita. Tony Stark però, vista la giovane età e l’inesperienza del suo pupillo, non è dello stesso parere e, oltre a inserire una serie di circuiti di sicurezza che limitano le possibilità della tuta di Spider Man, lo obbliga a rispondere al suo burbero braccio destro Happy Hogan (Jon Favreau).

La doppia vita di Peter non è senza conseguenze. La zia Mae (una sempre splendida Marisa Tomei) è giustamente preoccupata per il futuro di questo ragazzo che fa fatica a integrarsi e che a scuola è visto con invidia (la sua intelligenza e cultura scientifica sono ben sopra la media) e anche oggetto di ironie. Peter è la punta di diamante della squadra di Decathlon scientifico che si appresta a competere alle gare nazionali, ma ovviamente nei momenti topici non è mai presente. L’unico con cui si confida è l’amico Ned (Jacob Batalan), al quale rivela anche la cotta per la bella Liz (Laura Harrier).

Se sono ben scelti e costruiti i personaggi del campo dei buoni, la vera sorpresa è però tra i cattivi, quando la strada di Peter incrocia quella di Adrian Toomes (Michael Keaton), titolare di una piccola impresa di recuperi che spera di fare soldi con i rottami extraterrestri della battaglia tra Chitauri e Avengers (vedi film del 2012), ma che viene tagliato fuori dall’impresa di Tony Stark. Riuscendo però a trafugarne parte, entra in possesso di una tecnologia adatta ottima per le rapine e anche per costruirsi un apparato volante che lo trasforma in Vulture, l’avvoltoio (il che, per un attore che è stato sia Batman che Birdman, è quasi un riconoscimento accademico).

Keaton è perfetto, una sorta di nemesi greca che porta a un altro livello il rapporto giovane – adulto, e che finalmente, dopo anni di cattivi Marvel francamente insopportabili o scadenti (tolto forse il Kurt Russell di Guardiani della Galassia 2), porta lo scontro bene – male a un livello col quale sarà obbligatorio d’ora in poi confrontarsi.

Molto ancora ci sarebbe da dire (e bene) sui compagni di scuola, una compagine ben assortita in nella quale spicca Tony Revolori (Grand Budapest Hotel) nel ruolo del bulletto, sull’ambiente della scuola, sui rapporti tra coetanei; tutte cose che nel film assumono risvolti più profondi e significativi di quanto ci si aspetterebbe.

Idem per le trovate e le sorprese ben disseminate nel corso della storia, che in alcuni momenti regalano una tensione degna di un thriller. Non da ultima la conclusione tutt’altro che scontata, del film, che – una volta tanto – fa desiderare veramente un’altra avventura dell’Uomo Ragno, proprio come quando terminata l’ultima pagina del giornalino, aspettavi con ansia il momento in cui in edicola sarebbe comparsa la nuova copia. E aspettate a uscire dalla sala, nei titoli di coda troverete nuovi indizi.

 

Beppe Musicco

 

 

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