Spettacolo di varietà

Spettacolo di varietà

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Un ballerino sul viale del tramonto viene ingaggiato per una rivista musicale, ma il lavoro non riesce per colpa del regista e per i litigi con la prima ballerina. Fino a quando i due passeggiando al parco si rendono conto di poter danzare assieme sul palcoscenico e nella vita… “That’s entertainment!”.

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Nella scorsa stagione cinematografica il pubblico di tutto il mondo si è commosso con la magia del musical in La La Land e la Festa del cinema di Roma edizione 2017 ha realizzato un’accorta retrospettiva proprio sul genere musical, genere tanto snobbato dai cinefili. In questa retrospettiva viene presentato Spettacolo di varietà del maestro Vincente Minnelli.

Tony Hunter (Fred Astaire) è un ballerino al crepuscolo, il pubblico lo ha dimenticato, eppure a New York viene ingaggiato da una coppia di commediografi per la loro rivista musicale. Iniziano le prove ma nascono contrasti: Gabrielle Girard (Cyd Charisse), ballerina classica, viene scritturata come protagonista ma lei e Tony ballano con stili completamente diversi e non hanno simbiosi; il regista invece è un megalomane intellettuale che trasforma la rivista in una lugubre rilettura del Faust, che inevitabilmente è un insuccesso. Gabrielle e Tony durante una passeggiata nel parco si rendono conto di poter danzare assieme, e investono per riportare la rivista ad essere una rivista; è solo intrattenimento e non deve avere la pretesa di essere altro.

È una trama semplice come sempre in un musical, ma è già un manifesto poetico. Minnelli (padre di Liza) è stato il più grande regista di musical della Hollywood classica e nella sua filmografia vanta tra gli altri Un americano a Parigi (1951), Gigi (1958) e Incontriamoci a San Louis (1944), più altri musical, qualche commedia brillante e numerosi (magnifici) melodrammi, ma sempre all’insegna del disimpegno sociale e intellettualistico, che rivendicherà solo ne I quattro cavalieri dell’apocalisse (1962), ma di grande forza umanista e sentimentale. Il suo obbiettivo è l’entertainment, o nei melò la decadenza, la demistificazione dell’entertainment (Il bruto e la bella, Due settimane in un’altra città). Lo spettacolo “culturalmente impegnato”, moderno Faust, è un flop e viene mostrato il pubblico che esce dal teatro annoiato: il cinema di Minnelli invece non è mai così, di sicuro non lo è questo film, un vertiginoso e divertentissimo caleidoscopio di colori sgargianti (in questo si che il regista era maestro!), costumi sgargianti, battute e coreografie impossibili. Clamoroso è il numero finale “Girl Hunt” dove viene danzato un intrigo noir-poliziesco fino al ballo tra Astaire e la Charisse, vestita rosso fuoco in locale malfamato pieno di fumo e tipi loschi; un numero clamoroso e storicamente sensazionale, perché per la prima volta il musical “mangia” un altro genere, come faranno qualche anno dopo Sette spose per sette fratelli (di Stanley Donen, 1954) con il western e È nata una stella (di George Cukor, 1954) con il melodramma. Altre coreografie magiche, tutte di Michael Kidd che non si può non citare: il già citato ballo-litigata-riconciliazione-tensione sessuale in un Central Park di cartapesta, “Dancing in the Dark”, “By Myself” dove appare Ava Gardner nel ruolo di se stessa, “Put shine your shoes” e il manifesto “That’s entertainment!”. Tutte coreografie ballate dalla straordinaria coppia Astaire-Charisse: se lui invecchia le sua gambe non invecchiano mai. E lei, lei aveva le più belle gambe al mondo…

Cosa c’è ancora da dire? Va visto, senza alcun dubbio! “That’s entertainment”!

Riccardo Copreni

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