In comune avevano il padre, ma solo quello; anche le madri erano diverse. Per tre fratelli, quando muore il genitore Vittorio scatta una convivenza coatta nella grande e decaduta casa di Napoli. Due, agli antipodi, non si sopportano: Thomas, mago televisivo romano in disgrazia e senza soldi, e Carlo, napoletano milanesizzato a forza e succube di suocero e moglie su al nord; alla lettura del testamento scoprono di avere anche un terzo fratello, Ugo, uscito da una casa di cura e con evidenti problemi mentali (e qualche momento di genialità). E visto che di soldi e di beni il padre – giocatore incallito, nonché dongiovanni – non ne ha lasciati, se non la casa stessa ma gravata da ipoteca, per salvare almeno quella i tre devono trovare 150mila euro… Una parola, visto che anche il presunto imprenditore Carlo di suo non ha un soldo, dal momento che suocero e moglie lo tengono a stecchetto senza alcuna autonomia. Ma le urla di una donna nel palazzo, che è convinta di avere in casa il fantasma della sorella, fanno balenare l’idea: perché non sfruttare la superstizione napoletana con una società che cattura i fantasmi da case, ristoranti e negozi? Basta usare un vecchio libro di magia, una formula magica e far finta di rinchiuderli in un barattolo. E successo e soldi iniziano ad arrivare. Finché, un giorno, i fantasmi si iniziano a vedere davvero… Come quello di una strega che minaccia di distruggere Napoli: per i tre fratelli l’attività “paranormale” si deve mettere in azione davvero.

Se la trama vi ricorda qualcosa, tranquilli: il vecchio Ghostbusters anni 80 (peraltro appena rifatto negli Usa al femminile) è stato saccheggiato abbastanza, sia nell’idea di fondo – anche se lì i protagonisti ci credevano fin dall’inizio ai fantasmi – sia in alcuni tratti e momenti specifici. In realtà Christian De Sica, regista oltre che mattatore del film, voleva fare il remake dell’horror Oscar insanguinato (in cui un attore di teatro uccideva i suoi critici), ma non potendo ottenerne i diritti ha optato – partendo da un soggetto di Nicola Guaglianone e Menotti, purtroppo non coinvolti nella sceneggiatura formata da De Sica con Andrea Bassi e Luigi Di Capua – per un mix di commedia e (blando) horror, utilizzando però il canovaccio di un film inaccessibile per farne un remake ufficiale…

Detto questo, l’idea di allargare la commedia al genere è lodevole (almeno si cambia un po’ spartito e si dà movimento alla storia); e, pur senza guizzi memorabili, il film fa simpatia: De Sica è in forma, Gianmarco Tognazzi – che qui si chiama Ugo come il padre… –  funziona in una parte non scontata (era un attimo scivolare nella macchietta o nel patetico), mentre Carlo Buccirosso è il solito fuoriclasse di misura e arguzia (formidabile quando si sforza di parlare in milanese, mentre suocero e moglie milanesi veri paradossalmente suonano finti: ma chi è parla ancora così?). E a parte parecchie scontatezze e battute farsesche ma poco comiche, peccato soprattutto per le consuete scivolate nel triviale se non nel trash (a parte le continue grevità verbali, uno dei fantasmi fa fare a un poveretto qualcosa che sarebbe stato meglio non far vedere…), oltre tutto evitabilissime in un contesto leggero ma non del tutto banale, per quanto non originale. L’azione è ben fatta – si vede che alla regia anche stavolta c’è l’aiuto del figlio Brando De Sica (non accreditato, ma ringraziato dal padre in tutte le comunicazioni ufficiali), che ha una buona mano e ha infuso energia giovanile dando più ritmo al film, come già al precedente Amici come prima. Bene anche alcuni attori di contorno, da Leo Gullotta ai due giovani “badanti” Ippolita Baldini e Francesco Bruni (dalla parlata puteolana – a Pozzuoli non si parla come a Napoli… – quasi incomprensibile). Ma aggiungiamo anche qualche gag felice, dovuta alla brillantezza dei  tre attori, e qualche spunto che fa girare bene la storia, che si segue senza noia: i tre fratelli che si ritrovano, i pericoli da affrontare il rapporto con un padre pieno di difetti che ritrovano pure lui…

E quel padre è proprio il punto di forza del film: non è la prima volta che Christian omaggia il grande Vittorio, truccato come era negli anni della maturità attoriale (sembra il maresciallo Carotenuto di Pane amore e fantasia) e sfruttando anche una grande somiglianza vocale. Ma in quel fantasma che appare e gigioneggia riemerge ancora una volta l’affetto e il rimpianto per un augusto genitore che è stato oltre tutto un gigante del cinema italiano, d’autore ma anche popolare (un equilibrio in cui è stato il numero 1 assoluto). Un omaggio sincero e sentito – con tanto di uscita di scena finale – che forse avrebbe meritato un miglior film, ma che risulta emozionante e toccante. Il film esce nei cinema il 14  novembre, il giorno dopo il 45° anniversario della morte di Vittorio De Sica: una data forse non causale, e comunque una circostanza che non può non far piacere al figlio attore e regista. E che deve aver reso più dolce spostarsi dal periodo natalizio che lo ha reso ricco e famoso…

Antonio Autieri