È solo la fine del mondo

È solo la fine del mondo

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è solo la fine del mondo

Un giovane drammaturgo, malato terminale, torna dopo 12 anni dalla sua famiglia per annunciare la sua prossima morte. Si riapriranno le vecchie ferite che lo avevano allontanato.

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Sesto film del giovanissimo e prolifico regista canadese (con una ricca esperienza come attore, carriera iniziata da bambino: ma stavolta non recita come in altri suoi film), Juste la fin du monde è tratta dall’omonima piéce teatrale di Jean-Luc Lagarce, che davvero morì giovane a causa dell’AIDS. La malattia che probabilmente sta portando alla morte il suo alter ego Louis, drammaturgo omosessuale scappato dodici anni prima dalla famiglia e trasferitosi a Parigi dove ha trovato successo nel teatro e la sicurezza personale e affettiva che gli mancava. Ma la morte imminente lo porta a cercare un riavvicinamento, pur timoroso di quanto potrebbe accadere, al nucleo familiare da cui si era allontanato. Solo un pranzo, solo poche ore, ma in tempo per annunciare la propria morte alla madre Martine, brillante e di buon cuore che non sembra fargli pesare la sua fuga, la giovane sorella Suzanne praticamente sconosciuta (era una bambina quando Louis se ne andò) e il fratello maggiore Antoine, nervoso e violento e anche geloso per mille motivi di lui; oltre alla moglie di Antoine, la sensibile e insicura Catherine, succube del marito. Se le donne lo accolgono con gioia, Antoine rivive le tensioni del passato e ne apre di nuove (con la moglie, che cerca di aprire un rapporto con il cognato mai conosciuto). Il momento della verità si avvicina, ma Louis non trova il momento né le parole.

Dolan mantiene un taglio teatrale, ricavando un film – Gran Premio della Giuria a Cannes 2016 – teso e ossessivo, che sembra guardare a grandi classici del passato (sembra di avvertire un’eco dei drammi di famiglia bergmaniani, oltre alla consueta atmosfera hitchcockiana), pur aggiornandoli a temi e umori contemporanei. Nel microcosmo rappresentato, la famiglia esce come un ambiente chiuso e oppressivo (accentuato da una fotografia che gioca soprattutto con colori cupi e spenti); dove ci si ripete parole addosso senza capirsi e dove le buone intenzioni degli uni sono contraddette dalla distruttività di uno. Certo, il personaggio interpretato – bene, come sempre – da Vincent Cassel sembra soffrire di patologie tutte sue (illuminante il suo sfogo in auto con il fratello, quando afferma che il fatto che stia sempre in silenzio non significhi che voglia ascoltare le persone), che lo portano sempre sul punto di rottura; e tutti i personaggi sembrano preda di sentimenti “sovreccitati” – quanto urla la sorella… – anche quando non riescono a esprimerli. Ma al tempo stesso equivoci, nevrosi, rancori, segreti e limiti acquistano anche tratti di universalità: è facile farsi male, anche tra persone che si vogliono bene. Ne esce un film claustrofobico e “per pochi”, oltre la cerchia dei cinefili. Ma questi si esalteranno, quanto meno, per la straordinaria prova di tutti gli interpreti. Del protagonista Gaspard Ulliel, quasi muto, si è sottolineata da taluni l’inespressività; ma è il personaggio che richiedeva una certa goffaggine e che lo blocca di continuo. E oltre che il citato Cassel, convincono Léa Seydoux, Nathalie Baye e soprattutto Marion Cotillard. E sicuramente sarà apprezzata la talentuosità di un regista che trasforma dramma intimi in “thriller” alla Hitchcock (sembra che possa accadere una tragedia da un momento all’altro). Un talento che forse non ha ancora espresso un film compiutamente definito: magari il prossimo, il primo girato in inglese – The Death and Life of John F. Donovan, con un altro super cast: Kit Harington, Jessica Chastain, Natalie Portman, Susan Sarandon, Kathy Bates, Thandie Newton… – sarà quello della consacrazione definitiva. O forse no, a soli 27 anni Dolan si può permettere di sperimentare e dimostrare un talento che quasi si mangia il film, che si rivolge a critici e festival e un pubblico ristretto di intenditori. Ma pronto, quando avrà storie di più ampio respiro, a diventare un regista che segnerà i prossimi decenni.

Antonio Autieri

About the author

Scrivo di cinema dal 1992. E dal 1994 dirigo giornali, giornalini, ora testate on line...

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