Sognare è vivere

Sognare è vivere

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Negli anni della formazione dello Stato di Israele il piccolo Amos vive un complesso rapporto con la madre Fania.

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Natalie Portman ha scelto il complesso romanzo semiautobiografico di Amos Oz Una storia di amore e di tenebra, titolo originale del film, per il suo debutto alla regia. Un film, da lei stessa prodotto, fortemente voluto (ci sono voluti otto anni per realizzarlo), in cui veste anche i panni tormentati di una giovane madre capace di affascinare il suo bambino con misteriosi racconti della sua infanzia in Polonia, ma poi invece inerme di fronte alla sofferenza di un quotidiano che “non compie le promesse della giovinezza”. Una vicenda che la regista/autrice intreccia con il difficile passaggio storico – tra il 1947 e il 1948 – in cui il Protettorato inglese di Palestina si trasforma in Stato di Israele in seguito alla risoluzione delle Nazioni Unite. La famiglia del piccolo Amos, sfuggita agli orrori della Shoah (che però Fania sembra comunque portare sulle spalle come un peso onnipresente), si trova però sballottata in una realtà che ha molto poco della poetica visione dei pionieri kibbuzim, dove regnano la fame e l’incertezza sul futuro.

Lo stile di racconto della Portman, fortemente frammentato, con piani temporali che si intrecciano continuamente combinando ricordi, racconti e sogni in un insieme non sempre molto riuscito, testimonia più l’autentica devozione dell’attrice/regista al materiale di partenza che un talento dietro alla macchina da presa che deve ancora maturare. Nonostante la Portman, con il suo sguardo di volta in volta vivace e dolente, riesca almeno in parte a trasmettere alla sua Fania il fascino che Amos Oz attribuisce alla madre prematuramente scomparsa, nell’insieme il film appare poco riuscito, poco convincente nel ricreare le dinamiche familiari e nel trasmettere fino in fondo il punto di vista di un bambino su una psicologia ferita (quella della madre) e su una società come quella ebraico-israeliana che affronta un  passaggio cardine della sua storia.

L’accavallarsi di eventi e ricordi, che aprono mille parentesi in un racconto che ha già un narratore in scena, finisce per tenere lontani gli spettatori dal cuore del racconto; e anche le performance non proprio eccezionali del cast contribuiscono a rendere piuttosto ardua la visione. Sul gusto del racconto prevale forse un’ansia un po’ troppo evidente di porre domande e questioni rilevanti per l’oggi (come quella sull’impossibile solidarietà tra ebrei e arabi, pur nel comune asservimento allo sfruttamento britannico), mentre il percorso psicologico di Fania non coinvolge mai fino in fondo. La sensibilità della Portman sopperisce solo in parte a queste mancanze, lasciando che il film resti al di sotto delle aspettative che i lettori di Oz (o gli ammiratori dell’attrice) si sarebbero potuti aspettare.

Luisa Cotta Ramosino

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