Per Pietro Zinni le cose non potrebbero andare peggio. È in carcere, separato dai suoi amici/compari con cui cercò di dare una svolta “criminale” alla sua esistenza di ricercatore frustrato e maltrattato dal sistema; l’aiuto alla polizia per fermare un vero criminale è andato anche peggio; e la fidanzata non lo vuole più vedere, e nemmeno fargli vedere loro figlio. Quando capisce poi che il delinquente che li ha “sostituiti” vuol fare una strage, si arrabatta per farsi credere e per cercare di fermarlo: ma la polizia non gli crede, come neppure il suo avvocato. Per cercare di fermare un possibile attentato, trova un solo, improbabile alleato: il terribile Murena…

Smetto quando voglio – Ad Honorem è il terzo e ultimo atto di una trilogia iniziata nel 2014 con il primo, fortunato e sorprendente Smetto quando voglio. In mezzo c’è stato a pochi mesi di distanza, Smetto quando voglio – Masterclass che però era meno convincente; un po’ meglio, ma sempre inferiore alle aspettative, è anche la terza parte. Il giovane regista Sidney Sibilia si conferma brillante e capace, il cast di attori è notevolissimo e composto da commedianti simpatici e talentuosi (su tutti Edoardo Leo, Stefano Fresi e Valerio Aprea). Ma la freschezza dell’originale si è annacquata di episodio in episodio. Conta anche un accumulo di situazioni, fatti e personaggi (già nel secondo episodio il gruppo si allargava a Rosario Lisma, Marco Bonini e al bravo e sotto utilizzato Giampaolo Morelli, che non incidono), e un taglio differente. Nel primo episodio si puntava su una chiave sociale vera (il precariato, la mancata meritocrazia, il potere baronale e corrotto in università) virata in modi surreali per confezionare una commedia divertente e a tratti demenziale; nel secondo episodio, pur se la linea narrativa viene seguita anche troppo maniacalmente (con l’introduzione del “cattivo” Luigi Lo Cascio che si inseriva nella loro scia criminale per un piano molto più diabolico), il taglio diventava molto più “action”, senza peraltro riuscire ad avvincere allo stesso modo; nella terza parte si aggiunge una nota “civile” retorica e pure un po’ patetica, svelando le origini del personaggio del professor Mercurio/Lo Cascio e anche di Murena/Neri Marcorè, cattivi ma non senza causa, anzi. Quindi in fondo buoni. Mentre i cattivi sono i politici corrotti, i baroni, i burocrati. Un tono moralista, sicuramente in sintonia con i tempi, che però stride non poco con la giovialità della banda dei ricercatori e che non giova all’economia complessiva del film. Il tutto facendo sorridere pochino, anche se i momenti divertenti non sono assenti.

La trama di per sé è un po’ complicata, soprattutto infarcita di termini scientifici e chimici per rendere credibili i piani criminali del ricercatore idealista che vede fallire i suoi progetti di ricerca e soprattutto morire la fidanzata e per vendetta organizza con cura un attentato spaventoso a base di gas nervino. La prima parte, che vede Pietro Zinni/Edoardo Leo solo in carcere e isolato dal gruppo stenta parecchio; poi il film cresce con il ricongiungimento dei compagni e il relativo brio di interpreti molto affiatati. Citazioni e agganci ai precedenti episodi non agevolano chi non ricorda bene ogni passaggio, allontanando ancora di più uno spettatore occasionale (senza contare che l’effetto sorpresa, che aveva decretato il successo del primo film, è ormai irripetibile). E se pure si segue l’operazione con interesse, e certi snodi – lo spettacolo teatrale, la fuga dal carcere con travestimento ingegnoso, la corsa contro il tempo per evitare l’attentato – funzionano bene, alla fine l’impressione è simile a un’altra trilogia peraltro diversissima: quella di Matrix, che soffocò la genialità del capitolo 1 a un’ambizione troppo esagerata. Qui non ci si prende sul serio allo stesso modo, ma serviva forse più semplicità narrativa per stare al passo con la leggerezza degli interpreti e con l’arguzia di fondo, anche per valorizzare al meglio il tema “serio” che aveva innescato la saga.

Antonio Autieri