Slam – Tutto per una ragazza

Slam – Tutto per una ragazza

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Tutto per una ragazza

Samuele, 17 anni, incontra la coetanea Alice ed è subito passione. E un bimbo in arrivo: la loro vita ne sarà stravolta

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Per Samuele, Sam per gli amici, sembra esistere solo lo skateboard: praticato e “filosofeggiato”, attraverso la voce fuori campo ovvero l’autobiografia del campione Tony Hawk, che sembra introdurlo alla vita. Ma a 17 anni, nella sua vita irrompe l’amore attraverso Alice, incontrata a una noiosa festa di “adulti” dove l’aveva portato di peso la giovane mamma single (o meglio, con una lunga serie di fidanzati a rotazione), 32enne rimasta incinta di lui giovanissima. Samuele e Alice, diversamente inquieti e insoddisfatti dei rapporti in famiglia, si piacciono e si innamorano: ma quando un giorno si dimenticano di adottare le consuete “cautele”, lei rimane incinta. La famiglia di lei, borghese e benestante, cerca di convincerla a disfarsene per non farsi stravolgere la vita. La madre di Sam è invece spaventata dalla maledizione di famiglia: sia lei che sua madre, la nonna di Sam, rimasero incinte a 16 anni. Ma invece loro vanno avanti, pur tra mille dubbi. Insieme, però, solo fino a un certo punto: perché si lasciano, si riprendono, si separano, avranno altre storie. O no?

Il terzo film di Andrea Molaioli, che esplose una decina d’anni fa con il suo film d’esordio La ragazza del lago, un giallo maturo e dolente, cui seguì il meno fortunato ma ambizioso Il gioiellino, è tratto dal romanzo britannico di Nick Hornby (tanti i film tratti dai suoi romanzi, tra cui About a Boy): ovviamente Slam (dal suono della porta sbattuta ma anche a indicare la caduta dello skater) era ambientato in Inghilterra, e l’impressione è che, come in altri casi, lo spostamento in un altro contesto non abbia giovato. Molaioli cerca di ripercorrere le orme di un genere – i racconti di formazione dei ragazzi, scritti da adulti – rischiosissimo, perché il rischio è di non saper raccontare quell’età. E quello che era riuscito abbastanza bene a Roan Johnson con Piuma, conciliare temi seri con leggerezza, qui funziona solo nella prima parte (anche con forzature di regia un po’ superficiali, per movimentare il racconto: come la “soggettiva” ad altezza skate sui titoli di testo), grazie anche a due giovani attori che funzionano e interpreti più “grandi” in forma; su tutti l’ottimo Luca Marinelli, nella parte del padre (che lasciò la famiglia da giovane, spaventato dalla responsabilità). Quando nasce il bambino, le paure si giocano sui tipici episodi nelle relazioni tra genitori, che si cerca di “spezzare” con sogni/incubi che in realtà sono prefigurazioni della realtà, con meccanismo ripetitivo di Samuele che si ritrova all’improvviso in un futuro in cui non capisce cosa sta succedendo. Uno stratagemma surreale che magari funzionava nella pagina, ma che nel film alla lunga risulta stucchevole. Come tante altre cose, dalla definizione dei personaggi – alcuni poco credibili, la maggior parte sempre in balia degli eventi: a cominciare dai protagonisti, che si lasciano per inezie ed equivoci – a un senso di vacuità generale che mal si concilia con un tema serio, quello di figli più maturi e coraggiosi dei genitori: l’aspetto più interessante del film, che però si gioca in fretta nel momento dello choc della notizia (con il padre avvocato che chiama subito l’amico chirurgo in una clinica privata, perché «prima si fa e meglio è…»). Come pure la gioia di essere padre rimane confinata a un paio di teneri momenti post parto o con il bel bimbo negli anni successivi. Ma tutto finisce in un gran calderone di sentimenti e sensazioni…

Ma quel che disturba di più, come si diceva, è una certa fatalità nel mettere in conto i fallimenti dei personaggi, che si abbandonano agli umori senza opporvi resistenza. Vero, la scelta più delicata e difficile l’hanno comunque presa. Strano vederli allora non maturare, e nemmeno desiderare di farlo, questi giovani e questi adulti così incasinati, quasi che disagio e confusione siano pregi di vitalità e non una ferita con cui fare i conti. Rimane, a esser generosi, un film interessante per una certa professionalità di confezione e qualità degli attori. Ma anche un film che rischia di essere dimenticato in fretta, come tutte le occasioni sprecate.

Antonio Autieri

About the author

Scrivo di cinema dal 1992. E dal 1994 dirigo giornali, giornalini, ora testate on line...