Si accettano miracoli

Si accettano miracoli

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Tornato al paese d’origine, un giovane manager licenziato deve essere “rieducato” dal fratello sacerdote

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Tagliatore di teste spregiudicato finisce per essere tagliato… Detta così sembra l’innaffiatore innaffiato di uno dei primi film muti, ma qui è solo il secondo film da regista del comico napoletano Alessandro Siani. Che ripete lo schema dell’opera prima Il principe abusivo (grande successo, ma localizzato al Sud e soprattutto in Campania): prima un po’ di (presunte) risate, poi una seconda parte più sentimentale. Qui Siani è Fulvio, manager rampante che spera in una promozione – dopo aver, appunto, fatta piazza pulita dei “rami secchi” aziendali – e che invece riceve un inaspettato licenziamento. Da qui una “capata” in testa al superiore, il carcere e l’affidamento al fratello sacerdote, che è parroco nel paese d’origine. Qui, tra paesani retrogradi e i piccoli allievi della scuola, orfani e molto svegli, si barcamena con i problemi sentimentali della sorella – con marito depresso e deprimente – e quelli economici del fratello e della parrocchia, cui vorrebbe dare sinceramente una mano. Ma non trova di meglio che inventarsi un finto miracolo: le lacrime della statua di San Tommaso, in cui tutti credono con notevole facilità. Per il paese è una benedizione, con tanti turisti che accorrono e affari a gonfie vele…

Poche gag, attori mal diretti (ma è così difficile limitarsi a far bene il mestiere di comico, senza voler passare a tutti i costi anche alla regia?), “passaggi narrativi” di una debolezza sconfortante. Tirato via come Il principe abusivo, anche Si accettano miracoli poggia quasi completamente sulla personalità di Siani, amatissimo in Campania ma poco apprezzato altrove. Se non quando fa, bene, la spalla per altri, come Fabio De Luigi in La peggior settimana della mia vita. Qui la spalla è De Luigi, che strappa qualche sorriso ma ha un ruolo di prete dabbene inconsistente (e comunque, dava molta più energia al film precedente, altrettanto fiacco, il sempre sottovalutato Christian De Sica). Peggio ancora la sorella Serena Autieri (nessuna parentela con chi scrive…), mentre il “cognato” Giovanni Esposito è il più efficace, i bambini sono abbastanza azzeccati (un po’ troppo saputelli, ma non è colpa loro) e Ana Caterina Morariu, la ragazza cieca (e figurati…) di cui si innamora Siani, è carina e basta. Pessime infine molte comparse, come i due sagrestani, ma si vedono anche commedianti di razza (sprecati come Giacomo Rizzo).,I problemi sono appunto tanti, ma si possono sintetizzare in un anacronismo fastidioso e falso. Si può credere a un’Italia tipo anni 50 che non c’era nemmeno nei film degli anni 50? Era molto più moderno Pane, amore e fantasia… O la modernità è che il prete alla fine accetta che la sorella lasci il marito (che diventa prete a sua volta, sic…) per andare con un cantantucolo da quattro soldi (lo sprecatissimo Massimiliano Gallo)? Tutti i buoni sentimenti del film sono finti come i fondali di un paese (vero) che sembra costruito a Cinecittà, dove non sanno cos’è Internet e dove tutti sembrano marziani rispetto alla contemporaneità; oltre tutto con un’idea retorica e di maniera della sana provincia rispetto alla cattiveria e aridità della grande città. Dove magari la Chiesa e il prete hanno ancora una funzione centrale, ma in maniera così ingenua e debole (il parroco non sembra credere molto alla Provvidenza) da non poter convincere nemmeno spettatori devoti…

Irrita parecchio che si voglia spacciare per positività un’umanità esangue e incolore, dove tutti si abbracciano per aver fregato il vescovo locale che ci vorrebbe veder chiaro sul presunto miracolo, e che si voglia far credere a presunte letture “impegnate” («è un film sulla mercificazione che si muove tra il sacro e il profano» ha dichiarato il comico…). Soprattutto, è deludente la scarsità di cura del film, pur realizzato con un budget non esiguo e con collaboratori tecnici di prim’ordine: scene separate tra loro da stacchi bruschi, nessuna fluidità di racconto, comparse che dicono la propria battuta e se ne vanno via come nelle recite amatoriali. Ma il problema, come si suol dire, sta nel manico: come dicevamo prima, se i comici facessero solo i comici…

Antonio Autieri

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