Selfie

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Alessandro e Pietro, due amici sedicenni, raccontano sé stessi e la loro amicizia con Davide , il giovane ucciso per errore da un carabiniere

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Davide è morto. Cinque anni fa. Non per spaccio, né per vendetta. Per errore. Scappava insieme ai suoi amici da una volante. Lo sparo del carabiniere, convinto di dover bloccare un colpevole, ha fatto centro. Nel quartiere Traiano, lì dove tutto è accaduto, è tornato il regista Agostino Ferrente. Ha scelto due ragazzi, due amici di Davide Bifolco, per raccontare quel giorno, quella notte, quell’assenza, quell’ingiustizia. E poi la vita che gli adolescenti, già grandi a otto anni, giorno dopo giorno, costruiscono in quel quartiere. Ferrente, come era accaduto con uno dei suoi primi film, Intervista a mia madre – dove affidava, insieme a Giovanni Piperno, una videocamera ai protagonisti per raccontare sé stessi e le loro relazioni –  in Selfie fa scegliere ai due protagonisti il dispositivo adatto alla narrazione di sé. E loro, Alessandro e Pietro, scelgono uno smartphone. Uno strumento nato con quella generazione e che è strumento social di narrazione e relazione nei ragazzi.

Alessandro vive lontano dal padre dopo la separazione dei suoi. Non ha un diploma perché si sentiva giudicato dalla scuola e non accompagnato nello studio. Lavora in un bar, è sveglio, sensibile, preciso nella cura dei capelli. É magro non come Pietro, il suo amico disoccupato che vorrebbe lavorare come parrucchiere e che ha una famiglia. Sono amici, si confidano, si aiutano. Sono vicini, ma lontani nel cuore, da quel giro di ragazzi che, disoccupati, cerca una via per mantenersi. Tra loro ci sono anche quelle ragazze, che non hanno più di sedici anni, che davanti al telefonino si raccontano e spiegano cosa significa per loro creare una famiglia, amare qualcuno che sarà, forse un giorno, destinato al carcere.

Selfie, presentato nella sezione Panorama al Festival di Berlino 2019, è un documentario sincero, che ricorda la naturalezza de Le cose belle, il precedente lavoro di Ferrente codiretto sempre con Piperno. Il cuore del racconto è il quartiere Traiano di Napoli. Non punta alla facile declinazione gomorriana, ma cerca di trovare, come sempre accade quando la ricerca è autentica, le cose belle che sono sotterrate dal malessere, dal disagio e dalla morte. Lo spunto, certo, nasce dalla realtà quotidiana e trova la sua ispirazione anche nel libro Una città dove si ammazzo i ragazzini, scritto da Maurizio Braucci, Massimiliano Virgilio, Giovanni Zoppoli e Chiara Ciccarelli. Però la forza di Selfie è proprio questa: affidare uno strumento ai ragazzi e sostenerli nella costruzione narrativa di sé stessi. Lo stesso strumento che sembra aver allontanato dalla ricerca, dall’autenticità per una continua messa in scena mediatica, innecessaria e non sincera, diventa una via cinematografica per costruire un film, che nel titolo, ha quella giusta ambiguità che attrae i giovani a scoprire che, anche se sono classificati negativamente dagli adulti (bella la scena della recita de “L’infinito” di Giacomo Leopardi), possono trovare il loro posto nel mondo.

Emanuela Genovese