Se son rose

Se son rose

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Un uomo di mezza età, che non vuole impegni duraturi, è costretto a incontrare dalla figlia tutte le sue ex

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Leonardo Giustini (il cognome è un omaggio al comico toscano Niki Giustini, morto un anno fa) è un giornalista e scrittore, più o meno di successo, che si occupa di tecnologia e innovazione per Internet. Vive per il lavoro, ha un’amichetta parecchio carina e molto più giovane di lui di cui non ha per nulla stima (la chiama 48, dal suo test d’intelligenza piuttosto basso…) ma con cui passa un po’ il suo tempo soprattutto a fini sessuali (ma detesta l’espressione di questo tipo di “amicizia” che va tanto di moda). La figlia Yolanda, che vive con la madre e il suo compagno, li vede una volta insieme e spera che finalmente il padre metta la testa a posto, mantenendo le sue promesse a lei (dedicandole più tempo ed esaudendo un suo antico sogno di bambina: andare con lui a gettarsi con il paracadute) e smettendo di mangiare – e a vivere – come capita, nel disordine e nel pressapochismo generale. Ma visto che lui snobba la ragazza che stravede per lui, Yolanda ha un’idea: chiedere alla nonna i contatti di tutte le ex del padre e scrivere messaggi dai suoi account, chiedendo (da parte di lui…) a queste donne di riprovarci. Ovviamente Leonardo non la prende bene, ma sarà costretto a rivedere alcune di loro. È possibile una seconda occasione?

La storie dei film di Leonardo Pieraccioni sono sempre simili e poco originali (qui sembra di ritrovare anche echi di film internazionali, da Alta fedeltà a Broken Flowers), e vertono spesso attorno al concetto di sindrome di Peter Pan. Lo faceva a trent’anni, quando ci stava anche; continua dopo i 50, anche ora che è padre e che tale si rappresenta. Ma c’è sempre, a 30 come a 50 anni (e passa) il tema dell’amore che sembra impossibile per una persona aliena dai legami e che sta bene da sola. Ma che invece, guarda caso, riserva poi sorprese inaspettate. Qui in realtà la vicenda – che Pieraccioni assicura partire da urgenze personali, con tanto di spunti autobiografici – a un certo punto le cose prenderanno una piega decisamente diversa, in chiave di paternità: tanto che, anche in termini severi con se stessi, sull’impegno con le donne ci si mette il cuore in pace e si punta decisamente sul rapporto con la figlia, la vera donna della vita. Del protagonista e di Pieraccioni: e infatti quella che si intravede nei flashback da piccola, è proprio sua figlia Martina (di 8 anni). Una prova di maturità o una resa?

In ogni caso, rispetto ad altre sue recenti brutture (era davvero pessimo Il professor Cenerentolo, ma sono anni che il comico toscano ha preso una china di mediocrità progressiva) Se son rose ha un po’ di brio e di piglio: Pieraccioni è meno lesso di altre volte, Maria Sole Pollio – giovanissima star di Youtube e poi su Instagram, che ha già recitato nell’ultima serie di Don Matteo – che interpreta la giovane figlia se la cava bene e anche le donne attorno a lui sono quasi tutte intonate ai personaggi (Elena Cucci, Michela Andreozzi, Gabriella Pession, perfino Antonia Truppo che ha quello più estremo; solo Caterina Murino non sembra all’altezza, ma ha anche un personaggio scialbo), anche se nessuna spicca in modo particolare. Molto simpatico, e anche con un tocco umano interessante, il personaggio della vicina di casa (Nunzia Schiano) che rievocando l’amato marito «noioso» lamenta quanto gli uomini contemporanei abbiano perso gentilezza e tenacia. Mentre è simpatico il personaggio dello stralunato Gianluca Guidi, il compagno della sua ex moglie interpretata con classe da Claudia Pandolfi).

Peccato per alcune volgarità o battute fuori luogo (in una è coinvolto il povero Vincenzo Salemme, in un inutile cameo), come sempre; e come sempre, evitabilissime e gratuite ancorché solo verbali. Ma un paio davvero fastidiose. Stavolta Pieraccioni poteva consegnare al pubblico una commedia non eccelsa ma pulita, giocata in gran parte sulla speranza di una figlia di vedere il padre felice e con la testa a posto; giocando anche su una malinconia – frutto appunto di riflessioni molto personali, a sentire il regista-attore – che in un paio di momenti si introduce di soppiatto. Invece si rimane un po’ così, a metà tra la delusione e lo sconcerto (per il basso livello di alcuni dialoghi e battute) e l’impressione che qualcosa di meglio rispetto al solito ci sia. Può bastare? Diciamo che se si è in buona, ci si può accontentare di alcuni segnali che il buon Leonardo manda. Ma sul fatto che insisterà in quella direzione, più tenera e personale abbandonando le inutili grevità, non ci metteremmo la mano sul fuoco.

Antonio Autieri