Scorsese, un evento che lascia il segno

Scorsese, un evento che lascia il segno

- in EDITORIALI, IN EVIDENZA, NEWS
487
Commenti disabilitati su Scorsese, un evento che lascia il segno
Al Pacino e Robert De Niro in "The Irishman" di Martin Scorsese

Alla Festa del Cinema di Roma grandi consensi per “The Irishman”. Ma anche per la commedia francese “La belle epoque”, e per la produzione italiana “Maternal”

Download PDF

L’attesissimo ritorno di Martin Scorsese con The Irishman è un evento cinematografico che lascerà il segno. Per l’imponenza dell’operazione (oltre 3 ore e mezza di film che si lasciano vedere senza annoiare, ma non sappiamo l’effetto che farà con lo streaming domestico di Netflix che lo ha prodotto…), per l’eccezionalità del cast portato sullo schermo (Al Pacino – per la prima volta per Scorsese – e Robert De Niro ma anche e verrebbe da dire soprattutto Joe Pesci, oltre ad Harvey Keitel), per la sfida anche visiva (la tecnica per ringiovanire i protagonisti sullo schermo, che chi scrive ha in realtà trovato vagamente straniante), per le polemiche sulla distribuzione. Ma The Irishman (scritto da Steve Zaillian adattando il volume di Charles Brandt) è prima di tutto la summa del cinema di Scorsese, delle sue ambizioni (tornare alle sue “storie di gangster”, in questo caso al caso Jimmy Hoffa), dei suoi “capricci” (lavorare con attori suoi amici, anche a costo di forzarne la credibilità su 50 anni di storia).

La vicenda di Frank Sheeran – veterano, autista d’autobus, poi killer per la mafia e sindacalista – è una storia che Scorsese racconta dalla fine (nella casa di riposo dove Frank è rimasto l’unico “sopravvissuto” di un mondo ormai finito), davanti a un prete, ma senza cercare assoluzioni per il suo protagonista. Un uomo che naviga nel mondo degli “italiani” senza farne davvero parte, stringe rapporti di lealtà autentici, ma alla fine è capace di fare scelte spietate, anche se gli costeranno la famiglia. La bravura di Scorsese è tutta nel far emergere ogni carattere, quella dei suoi attori nell’evitare (quasi sempre) di far prevalere la propria “persona” sul personaggio.

Il risultato è una saga malinconica, spietata, che bisognerebbe davvero vedere sul grande schermo sfruttando i pochi giorni che Netflix concede ai cinema (in Italia dal 4 al 6 novembre) prima di darla in pasto all’autogestione dello streaming. (Luisa Cotta Ramosino)

***

Già presentato a Cannes fuori concorso, La belle époque di Nicolas Bedos è un inno alla capacità del cinema (ma in generale di ogni narrazione, il protagonista alla ricerca della sua “età dell’oro” di mestiere faceva il fumettista) di ricreare il passato per cambiare il presente. Per farlo usa la chiave della commedia sentimentale, servito da un magnifico cast, a partire dal terzetto protagonista: la coppia “scoppiata” Fanny Ardant (Marianne) – Daniel Auteuil (Victor), psicoterapeuta al passo con i tempi nuovi e la tecnologia lei, fumettista perso nella nostalgia dei bei tempi andati e in difficoltà con Internet lui; e Guillaume Canet (Antoine), un tempo ragazzino timido e imbranato cui Victor salvò la vita con il dono di un libro, oggi proprietario di un’azienda capace di catapultare chiunque nell’epoca che desidera. A metà tra i giochi di ruolo e la vera e propria messa in scena cinematografica, le storie che Antoine crea servono a recuperare se stessi o a diventare per un po’ qualcun altro, ma per Victor sarà l’occasione di ripercorrere la sua storia d’amore con Marianne. Un girotondo di imprevisti, con i personaggi che entrano ed escono da scenografie degne della Hollywood dei tempi andati, in cui il regista sceneggiatore Antoine è ossessionato dall’idea di poter controllare i sentimenti e la vita, mentre forse quello che c’è da imparare è proprio la capacità di lasciarsi sorprendere dal presente e mettersi in gioco con quello.  (Laura Cotta Ramosino)

***

Il titolo originale è Hogar, che in spagnolo significa casa. Perché la casa è il luogo delle relazioni, degli affetti, lì dove i figli si dovrebbero sentire accolti e amati. E l’Hogar è Casa, ma anche l’istituto religioso, ambientazione del film diretto dalla giovane regista Maura Delpero, un centro di accoglienza a Buenos Aires destinato a ragazze madri e ai loro figli minorenni. Dopo aver ottenuto al Festival internazionale del Film di Locarno ben quattro riconoscimenti (tra cui la Menzione Speciale della Giuria) Hogar, che ha il titolo internazionale Maternal, è l’unico titolo italiano, in concorso ad Alice nella città, la sezione indipendente della Festa del Cinema di Roma. Hanno solo 17 anni Luciana (Agustina Malale) e Fatima (Denise Carrizo) ma già sono madri. Nina, che non ha più di sei anni, è la figlia di Luciana, mentre Fatima. già madre di un bambino, amico di giochi di Nina, è in attesa del secondo. I loro giorni sono sempre molto uguali e vivono in pochi metri quadrati condividendo spazi con altre giovani madri, che come loro, occupano il tempo tra lavoretti, prevalentemente di cucito, e sono quasi tutte ossessionate, molto probabilmente, dagli smartphone e dalle loro chat o social. E quando arriva Paola (Lidiya Liberman), una giovane novizia italiana, gli equilibri sembrano destinati a cambiare.

Che sia un amore fraterno, che sia un amore devozionale, che sia un amore genitoriale, l’amore, dentro quell’Hogar, detta le regole delle relazioni. E diventa, perciò, lo spazio unico di questo esordio claustrofobico e caleidoscopico, che nel panorama europeo manifesta una maturità registica e produttiva insolita. Claustrofobico perché girato prevalentemente all’interno dell’Hogar, con pochissimi esterni e con un’assenza quasi totale della musica, e caleidoscopio perché Maternal è un film femminile sul legame e sull’equilibrio sentimentale che la genitorialità, respinta, causale o subìta, genera (Emanuela Genovese)

 

Le precedenti  puntate del nostro diario dalla Festa del Cinema di Roma:

http://www.sentieridelcinema.it/norton-detective-convincente/

http://www.sentieridelcinema.it/due-storie-due-stili-diversi/

About the author