La scomparsa di Carlo Vanzina

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Ricordiamo le cose migliori di una lunga carriera da regista, accanto al fratello Enrico

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La notizia della scomparsa di Carlo Vanzina, domenica 8 luglio, non è passata inosservata. Per vari motivi: l’età del regista, non ancora settantenne, a causa di una malattia che non gli ha dato scampo; l’affetto che gran parte del cinema italiano nutriva per lui, insieme al fratello sceneggiatore Enrico, avendo il duo realizzato oltre 60 film (più alcune serie tv), e avendo quindi lavorato con una marea di attori, tecnici, operatori. E, a quanto dicono tutti, con grande gentilezza e signorilità, doti ereditate dal padre Stefano (il grande Steno, di cui basterebbe citare Guardie e ladri e Un americano a Roma). Ma oltre a tanti ricordi, ci sono stati i commenti al suo percorso cinematografico. Sorprendentemente positivi da un lato, anche da parte di critici in passato spesso severi con i Vanzina e che ora ne parlano come di interpreti acuti di un’Italia popolare (una “patente” cui loro più o meno esplicitamente ambivano, invano). Volgarmente feroci dall’altro, da chi pretende – peraltro dimostrando talvolta scarsa o limitata conoscenza dei loro film – di condannarli a simbolo di ogni nefandezza: cinematografica, politica, sociale.

Inutile dire che questa seconda posizione la troviamo inaccettabile: non solo per il rispetto che si deve a chi muore (basterebbe, ovvio). Ma anche perché non ci appartiene questo sentimento snobistico o talebano di chi confonde il giudizio (legittimo) con il disprezzo. E perché guardando senza pregiudizi e giudicando davvero, a volte ci si sorprende a trovare aspetti positivi inaspettati. Anche in una filmografia che – è evidente – non è nelle nostre corde. Intendiamoci: i peana e la glorificazione sono fuori luogo; Carlo Vanzina (nato a Roma nel 1951) non era un genio, come non lo è il fratello Enrico (più estroverso, e più anziano di due anni): i due, che si sono divisi il lavoro (alla regia Carlo, alla sceneggiatura Enrico: ma in realtà hanno lavorato sempre insieme, quasi in simbiosi come altri fratelli celebri), non avevano il talento del padre. Ma sono anche vissuti in un’altra epoca: iniziando a realizzare film a metà anni 70, quando i tempi d’oro della commedia all’italiana erano finiti e ne aveva preso il posto una redditizia forma di “commediaccia” spesso infarcita di volgarità verbali e di situazione, Carlo ed Enrico non sono stati stimolati dai produttori dell’epoca a tirar fuori qualcosa di più, mentre il successo commerciale che quasi da subito ottennero i loro film e anche la rapidità realizzativa, li fecero entrare in una “macchina” da cui raramente si sono sottratti. Nonostante una vasta cultura, cinematografica e non solo, si sono quindi accontentati di un cinema minore, a tratti davvero “basso” (ne hanno fatti di film brutti, questo è sicuro). L’altra faccia della loro velocità a scrivere e a girare era, spesso, la scarsa cura; anche nei loro film migliori, c’era sempre qualcosa di “tirato via”.  Ma in questa iperattività, hanno dimostrato un vero amore per il cinema; e anche un generoso interesse per la sua sopravvivenza, che si esplicitava nella riconoscenza e nell’affetto verso i proprietari di cinema (che li portavano in trionfo nelle manifestazioni di settore, occasioni in cui Carlo ed Enrico si sentivano gratificati di una stima che altrove scarseggiava) e anche in alcune scelte coraggiose; come realizzare alcuni film apposta per il periodo estivo, dimenticato da tutti e soprattutto dai registi italiani di successo. Film deboli, tutt’altro che esaltanti, è vero (ma Un’estate al mare regalava una chicca strepitosa nel finale, con un Gigi Proietti smemorato teatrante che stravolge “La signora delle Camelie”, da un vecchio sketch di Dino Verde). Eppure realizzati per dare una mano all’industria del cinema e ai gestori delle sale.

Ma a guardare con serenità, in un bilancio complessivo, la carriera di Carlo Vanzina c’è parecchio da ricordare. Sicuramente il “cult” che consacrò definitivamente Diego Abatantuono nel 1982, ovvero Eccezzziunale… veramente (film esilarante su tre tifosi – un milanista, un interista, uno juventino – che a distanza di tanti anni conserva la sua carica comica; a differenza dell’inutile sequel del 2006), un titolo che basterebbe a giustificare un grato ricordo. Discorso simile per Sapore di mare (1983), con una splendida Virna Lisi, altro film cult che ha tanti fans nostalgici e capace anche di anticipare un filone vacanziero di cui il primo vero episodio è il fortunato Vacanze di Natale (1983): serie che i due Vanzina hanno poi frequentato ma meno di quanto si pensi, anche se l’imprinting dei film prima con Christian De Sica e poi in coppia con Massimo Boldi è loro (ma soprattutto del produttore Aurelio De Laurentiis), a partire dal trascurabile Yuppies (1986). Dopo questi film – inframmezzati da altri molto meno interessanti – ne seguirono tanti, troppi appesantiti da volgarità, spinti da un crescente successo con “gran dispetto” della critica. Ma bisogna ammettere che altri imitatori hanno fatto di peggio. E che a un certo punto i Vanzina hanno cercato di cambiare registro, o quanto meno di tentare anche altre strade. A parte qualche puntata nel giallo (il poco riuscito Sotto il vestito niente, 1985), nel film in costume (La partita, 1988, con Faye Dunaway e Matthew Modine) o nel poliziesco giornalistico-politico (Tre colonne in cronaca, 1990, con Gianmaria Volontè), tentativi coraggiosi ma mai del tutto convincenti, è dalla amata commedia che ogni tanto riuscivano a tirar fuori qualcosa di meglio delle consuete triste farse ad equivoci, tra gallismo e tradimenti. Per esempio, Sognando la California (1992), pur senza essere un gran film, divertiva nel rappresentare quattro amici in vacanza in America ben gestiti da uno scatenato Massimo Boldi e degli altrettanto bravi Antonello Fassari, Nino Frassica e Maurizio Ferrini: dirigere gli attori era forse la cosa che piaceva di più a Vanzina, che spesso lanciava giovani interpreti o rilanciava attori in difficoltà. Da apprezzare, nel suo genere, I mitici – Colpo gobbo a Milano (1994), con Amendola, Memphis e una sorprendente Monica Bellucci. E sempre alternando film vacanzieri (ma poi abbandonati quasi definitivamente a fine anni 90) a commedie più “personali”, sono riusciti a regalare anche qualche gioiellino: nel 1999 forse il loro miglior film, l’autobiografico Il cielo in una stanza che lanciò un giovane e già molto bravo Elio Germano (coprotagonista insieme a un altrettanto giovane Gabriele Mainetti, poi regista debuttante con Lo chiamavano Jeeg Robot), storia un po’ fantasy e un po’ autobiografica che permetteva un sentito confronto generazionale padri-figli venato di nostalgia per la propria giovinezza. Seguì Il pranzo della domenica del 2003, film ben trattato dalla critica (fatto rarissimo), storia di una famiglia e dei rapporti non semplici tra i vari componenti, anche se le ambizioni erano superiori ai risultati. Noi lo abbiamo preferito in alcune commedie recenti, argute e divertenti, corali e ben interpretate: da In questo mondo di ladri (2004), in cui i due fratelli si affidavano ad attori poi entrati nel loro giro come Carlo Buccirosso e Biagio Izzo (e perfino Valeria Marini funzionava bene) a Ex – Amici come prima! (2010), soprattutto i più recenti Mai Stati Uniti (2013) e Un matrimonio da favola (2014), scritti insieme a un ottimo cosceneggiatore come Edoardo Falcone (poi regista di Se Dio vuole), e gli ultimi due titoli, sempre più controllati e sempre meno sopra le righe: Non si ruba a casa dei ladri (2016), con Vincenzo Salemme, Massimo Ghini e Stefania Rocca, e Caccia al tesoro (2017), ancora con Salemme, Carlo Buccirosso e l’ottima Serena Rossi (ammirata anche in Ammore e malavita), omaggio al classico Operazione san Gennaro di Dino Risi.

Certo, nessuno dei film citati è un capolavoro. Ma a Carlo Vanzina la parola sicuramente nemmeno piaceva. Gli interessava piuttosto fare un cinema brillante, piacevole, popolare, che convincesse il pubblico a pagare il biglietto con la promessa di divertirsi. Spesso ci riusciva, altre volte faceva pensare a cosa avrebbe potuto fare mettendo meglio a frutto le qualità che aveva (soprattutto, come già detto, di direzione degli attori). Ma preferiamo ora ricordare quando ci ha fatto divertire, portandoci lentamente ad abbandonare un pregiudizio che ci accomunava a tanti che scrivono di cinema (chi non si sorprende mai davanti a quello che vede, come fa a fare questo mestiere?) piuttosto che stilare un algido elenco di prove mal riuscite. Senza contare che, umanamente, non possiamo non sentirci toccati dalle parole del fratello Enrico: «Per me, Carlo era tutto. Era mio fratello, era il mio migliore amico, era il mio confidente e io il suo, era il mio alter ego nel lavoro. Siamo stati insieme praticamente tutti i giorni della nostra esistenza, prima da piccoli, poi da adolescenti, poi lavorando insieme. Essendo il fratello maggiore ho provato a proteggerlo per tutta la vita. Non ce l’ho fatta. E adesso che lui non c’è più sono spezzato, con il cuore a metà».

Antonio Autieri

Il trailer “d’epoca” di Eccezzziunale… veramente (1982):
https://youtu.be/RVKYcjQyhLE

E quello non meno “vintage” di Sapore di mare (1983)

Un’estate al mare (2008), Gigi Proietti teatrante smemorato: una scena esilarante

https://youtu.be/A7xeLBVNX_E

 

 

 

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Scrivo di cinema dal 1992. E dal 1994 dirigo giornali, giornalini, ora testate on line...