Scappo a casa

Scappo a casa

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Un meccanico italiano, che vive sopra i suoi mezzi e in totale superficialità, si trova a essere scambiato per un migrante durante un viaggio a Budapest

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Michele non è ricco, ma vive come se lo fosse. Non è bello, ma conquista le donne – che sembrano più escort che conquiste – come se lo fosse, utilizzando appunto mezzi altrui (fa il meccanico, e ogni sera prende “in prestito” un’auto di lusso dalla concessionaria per cui lavora nella relativa officina) e spendendo in lussi e divertimenti. Ovviamente, si disinteressa di tutto e di tutti: parcheggia nel posto auto riservato ai disabili, rovina i fiori ai venditori di rose, è razzista, sessista, retrogrado… E ha una vera ossessione per i selfie, che si scatta anche mentre guida a tutta velocità. Ma quando va a fare un viaggio a Budapest (sempre per fini di “turismo sessuale”) si metterà nei guai: non solo gli rubano l’auto di lusso (non sua, appunto) con dentro soldi, documenti, cellulare ma le forze dell’ordine lo scambiano per un tunisino, e così finisce in mezzo a disperati migranti che cercano un posto civile in un paese europeo (meglio se del Nord). Poi, a contatto con alcuni di loro, inizierà lentamente a cambiare, e cercherà in qualche modo di rientrare in Italia.

Sembra la brutta (bruttissima) copia di Contromano di Antonio Albanese, il primo film da protagonista solitario di Aldo Baglio, diretto da Enrico Lando; perché anche qui il protagonista è un razzista – anche se è persona completamente diversa – che farà amicizia con alcuni stranieri (e avrà una certa simpatia per una bella donna, che salva anche da uno slavo molestatore). Ma Scappo a casa è un film scritto malissimo, recitato approssimativamente, pieno di luoghi comuni e di buoni sentimenti che suonano stucchevoli, con uno schema narrativo prevedibilissimo e un’evoluzione dei personaggi “telefonata” e poco credibile. E dove soprattutto non si ride mai (perfino la canzone “Chiedimi come”, che vede la prima collaborazione cinematografica del fantastico gruppo comico/tetarale Oblivion e che ha una certa arguzia nel testo, non è all’altezza della loro genialità). Anzi, a lunghi tratti ci si annoia mortalmente, davanti alle disavventure dello sprovveduto Michele, solita macchietta dell’italiano (meridionale) volgare e cafone ma che al momento giusto saprà riscattarsi.

Altro paragone che viene in mente, per contrasto, è ovviamente Checco Zalone, capace di parlare di razzismo e di altri temi seri in ben altri modi. Qui ci sono solo le buone intenzioni, ma “tradotte” malissimo. Qui non c’è solo l’echeggiare delle polemiche sull’italiano razzista, ma addirittura l’Ungheria e i suoi muri, la sua polizia grossolana e violenta. E tante altre cose di cui non val la pena di dar conto, considerato il minestrone indigesto. Baglio non sembra avere le caratteristiche per reggere un film da solo, senza i colleghi Poretti e Storti (sperando che il trio Aldo Giovanni e Giacomo si risollevi, dopo le ultime mediocri performance). Sicuramente se si cimenta con un copione debolissimo, va ancora peggio.

Luigi De Giorgio