Scappa – Get Out

Scappa – Get Out

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Conoscere i genitori della propria fidanzata crea sempre un certo nervosismo… Se poi lei è bianca e tu sei di colore, ancora di più. Ma Chris non immagina minimamente cosa lo aspetta.

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In Scappa – Get Out il viaggio di Chris e della fidanzata Rose per trovare i genitori di lei ha inizio col più classico dei clichés: l’auto procede tra i boschi verso una villa lontana da tutto, quando d’improvviso si scontra con un cerbiatto, uccidendolo. Chris è molto scosso dall’evento. Chi ha visto almeno un paio di slasher movies, sa che una scena di questo tipo significa una sola cosa: da questo momento in poi, il nostro eroe è in trappola, e dovrà lottare con tutte le sue forze per non fare la fine del cerbiatto. I due ragazzi raggiungono poi la meta, e Chris è accolto dai signori Armitage con modi cortesi ma forzati oppure passivo-aggressivi. La sensazione di disagio non abbandona Chris e pian piano, complice il verificarsi di alcuni eventi strambi, si trasforma in terrore.

Una premessa da Indovina chi viene a cena per uno sviluppo tutto horror: nonostante come detto attinga a piene mani dalla cinematografia di genere, l’ultimo successo della Blumhouse Productions non somiglia a nulla che si sia visto sul grande schermo di recente. Questo è il motivo per cui il primo lungometraggio di Jordan Peele sta facendo così parlare di sé (con un rapporto altissimo tra costo, contenuto, e incassi molto positivi negli States). Il più classico e riconoscibile dei generi, l’horror, serve qui a raccontare l’orrore reale dell’essere nero nell’America del ventunesimo secolo: l’America apertamente intollerante di Trump, certo, ma anche l’America che, protetta da una facciata di perbenismo e politically correct («Ho votato due volte per Obama e lo avrei votato ancora», ci tiene a dichiarare nel film il padre di Rose), ha taciuto di fronte agli eventi che hanno portato alla nascita di Black Lives Matter.
Per esser chiari, la denuncia sociale di Scappa – Get Out non ha niente a che vedere con la raffinatezza con cui Romero nel ’68 trattò lo stesso tema nel capolavoro La notte dei morti viventi. La tematica del razzismo, nella piega surreale da b-movie che prende la trama nella seconda parte, è qui trattata per lo più coi toni della commedia (Jordan Peele nasce comico), e lascia molto spazio all’intrattenimento. È così che il film risulta un po’ discontinuo nella comunicazione della metafora principale: scopre le sue carte fin troppo presto (fin dal titolo, in realtà) e si sviluppa poi in modo narrativamente debole rispetto alle premesse, perdendo un po’ il focus.
Valgono comunque l’idea di fondo e il fattore intrattenimento, garantito da diverse sequenze di grande effetto (come quella dell’ipnosi) e dalla prova di un cast all’altezza: il protagonista Daniel Kaluuya (visto di recente in Sicario), Catherine Keener, secondari impeccabili come Betty Gabriel e Keith Stanfield, il comico Lil Rel Howery e soprattutto Allison Williams (già apprezzabile nella serie Girls), che speriamo continueremo a vedere in titoli di rilievo.

Maria Triberti

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