Sangue del mio sangue

Sangue del mio sangue

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Mediocre

Le vite parallele, a distanza di secoli, di uomini legati dallo stesso nome, nello stesso luogo, tra donne murate vive in un castello, superstizioni e seduzioni.

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In un passato collocabile attorno al 1600, il giovane militare Federico Mai arriva come una furia nel convento di Bobbio dove è imprigionata una giovane suora colpevole di aver sedotto il suo fratello gemello, sacerdote precipitato nella follia amorosa e suicidatosi. Federico vorrebbe vendicarlo, ma quando i frati del convento lo portano dalla suora cade in turbamento per la sua bellezza. E mentre due donne che lo ospitano si invaghiscono di lui, il desiderio della bella Benedetta si fa sempre più forte. Ma non potrà nulla contro la volontà dei frati, che la murano viva in vana attesa di un suo pentimento.
Secoli dopo, un altro Federico Mai si presenta a Bobbio: sostiene di essere un ispettore ministeriale e di voler vendere a un (losco) imprenditore russo il castello, scoprendo però che è abitato da un misterioso conte che fa circolare la voce di essere morto e che esce solo di notte… Un altro salto nel tempo, stavolta indietro, ci riporta alla fine nel convento, dove decenni dopo viene abbattuto il muro che segregava la giovane suora, davanti a Federico Mai che, lasciata la carriera militare per quella ecclesiastica, è ormai diventato cardinale… Ma ancora rimane turbato da quella figura femminile.
È il luogo natio di Bobbio l’ultima e più evidente ossessione di Marco Bellocchio, che da regista “contro” si è ormai trasformato in un “maestro” venerato da una critica che gli fa sconti un po’ su tutto. «Bobbio è il mondo» sostiene un personaggio, ed è proprio nel borgo piacentino – dove ogni estate il regista organizza con parenti e amici anche un festival e un laboratorio cinematografico – in cui ultimamente ambienta alcuni suoi film, come Sorelle Mai: e Mai è cognome di famiglia, come di famiglia ci sono varie partecipazioni, tra cui i figli Piergiorgio (attore in tantissimi suoi film) e la semidebuttante Elena (figlia della seconda moglie), nonché il fratello Alberto, che attore non è ma che interpreta nel finale il vecchio cardinale. Insomma, c’è molto di suo in questa scombiccherata storia a cavallo tra cinque secoli. Il primo episodio risente dei suoi furori antiecclesiastici, di cui fanno le spese i perfidi frati che impongono prove crudeli per verificare l’innocenza della suora peccaminosa o al contrario la sua appartenenza al demonio (cosa che comporta anche il seppellimento in terra sconsacrata del prete suicida); l’unico pregio è una fotografia suggestiva, che ricorda le opere di Caravaggio soprattutto negli interni notturni. Ma intreccio e motivazioni sono ridicole (l’ossessione sessuofobica dei consacrati va di pari passo con una vicinanza eccessiva, nello stesso convento, tra frati e suore; e c’è anche un’incredibile, impossibile finta confessione), alcuni attori recitano al minimo sindacale e la scrittura non sostiene chi qualche talento lo avrebbe (Alba Rohrwacher, oltre allo stesso Piergiorgio Bellocchio). Oltre tutto il regista, come spesso ha fatto in passato, cerca di far passare per rigore storico una serie di imprecisioni di chi ignora la materia (le “streghe” erano perseguitate soprattutto nel nord Europa protestante) e di “licenze poetiche” che troppo spesso gli si fanno passare con facilità.
Molto peggio però il secondo episodio, che vorrebbe essere grottesco e sfocia nel ridicolo, dove l’ottimo Roberto Herlitzka è sprecatissimo nella parte del decrepito conte vampiresco, appartenente a un vecchio potentato democristiano ormai in via di estinzione. Qui si sprecano i personaggi sopra le righe (il pazzo Filippo Timi, la moglie del conte, il ricco russo, le ragazze alla festa), mentre il potere magico del fascino della bella ragazza che ammalia il vecchio è tanto telefonato quanto improbabile. I dialoghi non sono sempre curati e all’altezza (senza contare che si alternano, nel primo episodio, aulicità a espressioni più “contemporanee”). Alcune scene, poi, come il conte che canta “Tapum” nel letto mentre sembra moribondo; un terribile ballo di gruppo in un bar), non si lascerebbero passare al montaggio a un esordiente, ma se le fa un maestro…
Il problema di Sangue del mio sangue, come altre volte nella filmografia del regista piacentino, è che le idee sono facilmente riconoscibili (la bellezza che si oppone al Potere, il desiderio più forte di ogni repressione) ma raramente diventano racconto convincente o immagine che si ricordi. Un curioso divertissement, a essere generosi, giusto per respirare un po’ prima di una prossima impresa più impegnativa. Un evidente pasticcio, se lo si analizza con obiettività e se si abbandonano cautele che si hanno con Bellocchio – che ovviamente anche qui azzecca alcune scene, alcuni momenti visivi, oltre a uno strepitoso dialogo tra Herlitzka e Toni Bertorelli, anche se un po’ appiccicato, in uno studio dentistico – molto più che con altri registi italiani.

Antonio Autieri