Il sacrificio del cervo sacro

Il sacrificio del cervo sacro

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Uno strano sedicenne entra poco a poco nella vita di un famoso chirurgo e della sua famiglia

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Cosa lega Steven, famoso chirurgo cardiotoracico, al giovane Martin, ragazzo solitario che il medico sembra prendere sotto la sua protezione? E perché non sa sottrarsi alle sue richieste, sempre più pressanti? Gli fa pena, sa qualcosa di lui? Martin segue come un’ombra Steven, si fa presentare alla moglie e ai due figli, corteggia la coetanea Kim. E poi iniziano ad accadere fatti sempre più inquietanti, che sconvolgono la ricca e tranquilla (fino a quel momento) famiglia.

Presentato in concorso a Cannes 2017, dove ha vinto il premio per la miglior sceneggiatura (scritta dal regista Yorgos Lanthimos insieme a Efthymis Filippou), Il sacrificio del cervo sacro esce buon ultimo tra i film protagonisti di quella (debole) edizione del festival francese, in un periodo di piena estate anomalo per i grandi film da festival. E c’è da capirlo, perché il film dell’autore greco tanto amato dalla critica quanto ancora poco conosciuto al pubblico (salvo un drappello di agguerriti cinefili) non è certo un film facile, per grandi platee, pur potendo contare su due star come Nicole Kidman e Colin Farrell (quest’ultimo già protagonista del precedente The Lobster, primo film girato – in Gran Bretagna – dal regista fuori dalla sua Grecia). Lanthimos, sulla scia di altri registi strettamente da pubblico d’essai (ci viene mente l’austriaco Haneke, per esempio) è uno di quegli autori europei che si diverte a picconare ogni parvenza di umanità. Tra i suoi bersagli, spesso, anche la famiglia. Niente di nuovo, eppure i suoi primi film in patria – oltre tutto parecchio lenti e respingenti: Dogtooth, Alpis – si sono fatti strada nei festival internazionali e vinto premi. Come è avvenuto poi ad altri connazionali: la depressissima Grecia ormai sforna autori uno più deprimente dell’altro. Il pubblico italiano, per sua fortuna, finora se li è quasi sempre risparmiati.

Ora Lanthimos ha fatto il salto, convincendo produttori inglesi e attori internazionali: nel 2015 appunto l’apocalittico The Lobster, ora questo nuovo film con Colin Farrell (che era meglio nel film precedente) e Nicole Kidman nei panni di una coppia borghese ricca e apparentemente felice (lui medico affermato, lei moglie bella e devota) insieme ai due figli, ma con un menage di pura apparenza; il loro rapporto si dimostra da subito artefatto e raggelante. La loro vita viene però stravolta da Martin, che minaccia di distruggere tutto quello che hanno: il ragazzo sembrerebbe solo in cerca d’affetto, anche se insospettisce il suo comportamento quando porta Steven a casa sua, da una madre ancora più stramba. In realtà quel che vuole è vendicarsi per una grave perdita che ha subito: la morte del padre. E ora qualcuno, in quella famiglia, “deve” morire per pareggiare i conti.

Quello che potrebbe essere un thriller intrigante, anche disturbante ma “serio”, degenera in un finale gratuito nel suo sadismo: la forma può richiamare certi classici del passato (anche se ormai è troppo facile citare Hitchcock), ma il cinismo di Lanthimos è da quattro soldi; non frutto di una posizione personale motivata da un pensiero, ma scelta banale e ripetitiva, fatta a tavolino, tipico dell’autore che crede ancora nella “poetica” del pugno nello stomaco (tra violenza e scene disgustose). Una posizione ideologica, oltre tutto furbetta e à la page nel mondo chiuso dell’autorialismo asfittico che cerca i consensi e i premi dei festival ma poco si cura di un pubblico che vada oltre una ristretta cerchia. Speriamo che anche questa moda del cinismo autoriale, che sta facendo seri danni al cinema, finisca presto.

In ogni caso, Il sacrificio del cervo sacro – titolo italiano che indirizza ancor di più lo spettatore rispetto alla più neutra “uccisione” del titolo originale: ma il riferimento ai sacrifici di celebri tragedie greche è quasi un insulto alla grande tradizione letteraria del suo paese… – è un film tanto professionale (molto bravo il giovane e inquietante Barry Keoghan, che poi dopo si è visto in Dunkirk) quanto freddo, in cui le psicologie sono ridotte al minimo, i nessi causa-effetto campati per aria (perché i medici non capiscono cos’ha il piccolo Bob?), i personaggi rimangono pedine in mano al demiurgo dietro la macchina da presa, impossibilitati a uscire dalle trappole in cui lui li ha posti. Un demiurgo che, forte di un buon talento visivo (senza esagerare, come fanno alcuni critici-fans, con paragoni impossibili…) ma mal utilizzato, sembra ritenersi quasi un dio (cattivo) che può fare quel che vuole dei suoi poco amati personaggi, emblemi di un’umanità corrotta (salvo pochi innocenti, destinati a fare una brutta fine) senza possibilità di redenzione. Regalandoci, si fa per dire, uno dei finali più crudeli e ributtanti possibili (ci ricorda quello del terribile Funny Games di fine anni 90 del già citato Haneke e del suo auto-remake a Hollywood). Alla larga da questo cinema, davvero.

Antonio Autieri

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Scrivo di cinema dal 1992. E dal 1994 dirigo giornali, giornalini, ora testate on line...