Robin Hood – L’origine della leggenda

Robin Hood – L’origine della leggenda

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L’aristocratico Robin di Loxley torna dalle crociate e, con l’aiuto di un prode musulmano, inizia la sua lotta personale contro l’avido e corrotto sceriffo di Nottingham.

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Dopo il tentativo semifallimentare di “ammodernamento” in stile rock di re Artù ad opera di Guy Ritchie, lo stesso trattamento tocca alla vicenda del leggendario arciere inglese Robin Hood, prototipo di tutti coloro che lottano per i poveri contro i ricchi. Peccato che, nella speranza di attirare i ragazzini fanatici di videogiochi e insieme darsi un tono di critica sociale contemporanea, gli autori creino un pasticcio confuso e poco affascinante, che poco ha a che fare con l’originale se non per l’uso di arco e frecce.

Lo sceriffo di Nottingham spedisce i giovani a farsi ammazzare nelle crociate (non si sa perché in Arabia, ma forse suona meglio di Gerusalemme e assomiglia di più all’Iraq e all’Afghanistan che sono l’ovvio riferimento), nel frattempo sequestra le case e alza le tasse ai poveri per finanziare la guerra in combutta con corrotti cardinali che danno il patentino religioso a tutto quanto. Robin è bravo con l’arco ma non quanto il suo avversario musulmano (Jamie Foxx, monco, che fa il verso a Morgan Freeman, il mentore di Kevin Costner in Robin Hood Principe dei ladri) dal nome così complicato che tutti decidono di chiamarlo semplicemente John. Colpito dalla generosità interculturale del giovanotto, John lo segue fino in Inghilterra (Nottingham, però, è girata in Croazia per cui più che alla città medioevale che ci aspetteremmo assomiglia a uno degli avamposti di Guerre stellari dove Han Solo ingaggia le sue risse) e decide di addestrarlo per colpire i ricchi (veri responsabili delle mattanze tra popoli) dove fa veramente male: il portafoglio. Solo così potranno iniziare una vera rivoluzione sociale, ma per farlo ci vuole un simbolo e Robin – mentre di giorno, Bruce Wayne ante litteram, si finge un nobile ambizioso, ricco e sfaccendato – di notte si nasconde dietro un cappuccio che diventa ben presto diventa anche l’emblema della rivolta dei cittadini sfruttati di Nottingham.

Taron Egerton, reduce della saga spy fumettistica di Kingsmen, ha la simpatia sufficiente per incarnare il Robin arciere ladro ma gli manca l’autorevolezza del leader rivoluzionario. L’intrigo politico si intesse con una storia d’amore contrastata: Marian, convinta che l’amato Robin sia morto oltremare, si è nel frattempo sposata con Will (Jamie Dornan), una specie di sindacalista riformista e ambizioso che ovviamente non vede di buon occhio né i metodi del rivoluzionario col cappuccio né il suo rapporto con la moglie.

A parte le doverose scene di azione, che Otto Buthurst gira con un ritmo forsennato da videogioco, sfruttando nel modo più originale possibile l’arma iconica dell’arciere di Nottingham, che rende una specie di fucile a ripetizione ante-litteram, la trama procede in modo un po’ sconnesso, mettendo alla prova la credulità dello spettatore tanto che a tratti ci si chiede davvero avesse un senso conservare il richiamo a Robin Hood per poi maltrattare in questo modo il cuore della sua storia.

Le speranze dei produttori sono sicuramente quelle di fondare un franchising rilanciando la sfida tra Robin Hood, fuggiasco nei boschi, e le autorità a fine pellicola, ma non è detto che dopo questo primo capitolo il pubblico sia interessato a vederne un secondo.

Laura Cotta Ramosino