Ritratto di famiglia con tempesta

Ritratto di famiglia con tempesta

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Ryoto, padre separato con un lavoro precario dopo aver invano tentato la carriera di scrittore, si arrabatta per riuscire a continuare a vedere il figlio.

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Dopo aver raccontato in Father and son  una straziante vicenda di paternità negata e ritrovata e in Little Sister una sorellanza problematica, il regista giapponese Kore’eda Hirokazu affronta una situazione familiare disgregata e conflittuale senza puntare al lieto fine, ma concentrandosi sulle dinamiche dei rapporti e su quello che li “blocca”, sul peso del passato e sull’insopprimibile tensione alla felicità e al compimento, autentica anche in un personaggio contradditorio e tutt’altro che amabile come il protagonista di questo film, Ryioto. Lui, infatti, amante del gioco e bugiardo impenitente, ha finito per perdere l’affetto della moglie e con esso, dopo la separazione, la possibilità di vedere costantemente il figlio. Del resto l’uomo è inconcludente anche sul piano professionale: dopo un libro semiautobiografico che gli ha guadagnato un premio prestigioso (ma gli inimicato la sorella, infastidita dal veder messa in piazza la storia della sua famiglia) non ha saputo più proseguire sulla strada della scrittura e ora si ritrova a fare l’investigatore privato, ma anche qui i suoi guadagni vengono soprattutto dai ricatti ai danni dei clienti.

L’unica che, senza per altro ignorare i suoi limiti e i suoi difetti, continua a dargli credito (non solo economico) è la vecchia madre, che spera ancora che Ryoto posso riprendersi la sua famiglia e per questo fa in modo che il figlio e la ex nuora, insieme al nipote, rimangano a dormire da lei durante un tifone. Del resto il rapporto con il figlio è davvero l’unica cosa per cui Ryoto sembra disposto a fare sacrifici; e i brevi dialoghi con lui sono quelli che spingono il protagonista a mettersi in discussione. Del resto anche in Father and Son era lo sguardo di un bimbo “abbandonato” a scardinare il meccanismo di semplice “giustizia” alla base della storia.

Kore’eda Hirokazu non riesce qui a creare un intreccio con altrettanta forza drammatica; il ritmo del racconto resta frammentato, ma i tocchi che regala ai vari personaggi, così come lo sguardo pieno di pietà che rivolge alle miserie di ognuno (a portarlo è soprattutto l’anziana madre di Ryoto), colpiscono per la capacità di toccare quello che è il bisogno fondamentale di ognuno: un desiderio di compimento e felicità che ciascuno cerca, anche se in modo confuso e talvolta negativo. Ed è su questo punto fondamentale che i personaggi, pur senza essere capaci di ritrovare l’unità come famiglia, hanno infine la serietà di cercare un punto su cui ricominciare, riconoscendo il peso del passato senza farsene schiacciare.

 

Luisa Cotta Ramosino