Rimetti a noi i nostri debiti

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Un uomo caduto in disgrazia a causa della perdita del lavoro decide di ripagare un debito iniziando a lavorare per la stessa società di recupero crediti che lo perseguita.

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Guido, un ex informatico licenziato a causa del fallimento della sua società, si ritrova a fare il magazziniere per arrivare alla fine del mese e ripagare un debito che non fa che crescere di giorno in giorno. Quando perderà anche questo lavoro la società di recupero crediti inizierà a vessarlo sempre più violentemente: in preda alla disperazione deciderà di passare da vittima a carnefice, lavorando gratuitamente per quella stessa società finché il suo debito non sarà estinto. Inizierà così una sorta di apprendistato a fianco di Franco, uno dei maestri del mestiere, imboccando l’oscura via di un’illegalità legalizzata da un sistema che giustifica ogni mezzo per raggiungere i propri fini.

Non è nuovo a temi di scottante attualità il regista Antonio Morabito, che già nel 2013 aveva rivolto la sua attenzione al sistema marcio della compravendita di farmaci con l’interessante Il venditore di medicine; cinque anni dopo è ancora l’ottimo Claudio Santamaria il protagonista di questo Rimetti a noi i nostri debiti, dramma di denuncia immerso nelle torbide acque della disoccupazione e dell’indebitamento, problemi che ormai da anni affossano la vita di tante famiglie italiane. Il film, distribuito in esclusiva da Netflix, ci catapulta sin da subito in un’atmosfera oscura e disperata, dominata da una fotografia ben curata nella quale il nero e il blu dettano il tono dell’opera ancor prima che il protagonista agisca. Guido, un uomo rassegnato all’infelicità alla quale la vita sembra averlo condannato, si trova in bolletta e senza lavoro; a fargli compagnia soltanto un anziano vicino di casa, chiamato il Professore (Jerzy Stuhr), che oltre a fungere da saldo polo morale al quale il protagonista si aggrappa, ha anche il compito di svelare, con quelle che sembrano teorie complottiste prive di logica, il significato della parabola di formazione che il protagonista affronta nel suo percorso. Dall’altro lato troviamo Franco, un ipnotico Marco Giallini nei panni del riscossore privo di scrupoli e umanità, che dovrà formare e mettere alla prova il protagonista, introducendolo al mestiere.

Il film di Morabito si gioca tutto sulla sospensione dei personaggi tra due terre di confine: un’originaria attitudine alla moralità e al rispetto di una legge spesso ingabbiante fa da contraltare alla tentazione luciferina della violazione di quella moralità, che conduce fuori dalla via della rettitudine e rende l’uomo debitore a se stesso, in un senso di colpa divorante e abissale. Questa complessa trama psicologica emerge intelligentemente attraverso l’opposizione-collaborazione tra i due protagonisti, affiancati per necessità e che sembrano plasmarsi l’un l’altro: dove la luce morale di Guido cade nella violenza in balia della disperazione, la crudeltà senza scrupoli dell’antagonista (e co-protagonista) Franco si rivelerà fragile maschera di un senso di colpa sempre più ingombrante.
Ma se il punto di forza si trova nella caratterizzazione e nel posizionamento dei personaggi, l’economia della narrazione e le dinamiche evolutive della vicenda scricchiolano per mancanza di messa in scena: così la degradazione morale di Guido non trova una vera causa scatenante e le confessioni di Franco non hanno una giustificata corrispondenza con il background del personaggio. La ripetitività di molte scene non aiuta a tenere alta la tensione, che lascia spazio ad una drammaticità la cui pesantezza non è mai stemperata da un vero colpo di scena.  La tendenza metaforizzante dell’opera finisce così per frenare la coesione della narrazione, il cui messaggio riesce ad andare oltre la mera denuncia soltanto grazie alla re-introduzione in corner del personaggio del Professore; sarà proprio lui, peraltro utilizzando anch’esso una metafora nella metafora, ad offrire allo spettatore la chiave del rebus e restituire alla storia quel contatto con il concreto che nel corso della vicenda si era un po’ incartato in una caricatura fin troppo allegorizzante. Resta comunque indiscutibile il merito di un evidente e accurato lavoro di ricerca che caratterizza la sceneggiatura, insieme ad un encomiabile coraggio nel trattare mai banalmente un argomento tragicamente vicino ad episodi di cronaca oramai quotidiana, di cui davvero ancora troppo poco si parla.

Maria Letizia Cilea

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