Ride

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Due rider acrobatici decidono di prendere parte ad una gara segreta di mountain bike con in palio un montepremi da sogno.

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Due amici amanti degli sport estremi passano la vita alla ricerca delle massime sfide adrenaliniche, l’unica passione che li fa respirare e sentire liberi, sperando di poter vivere di visualizzazioni online. Ma la vita reale non tarda a farsi viva: Kyle (Ludovic Hughes) ha un mutuo da pagare, una figlia e soprattutto una moglie che gli chiede più certezze e responsabilità. Max (Lorenzo Richelmy) ha chiesto un prestito cospicuo alla gente sbagliata e ora la sua vita è seriamente in pericolo. Entrambi rimangono sorpresi quando ricevono un misterioso invito a partecipare a Black Babylon, una gara segreta di mountain bike con in palio 250.000 dollari, somma che risolverebbe molti dei loro problemi. Tuttavia,la gara si tinge da subito di tratti inquietanti che ne infittiranno il mistero fino a trasformarla in una lotta per la sopravvivenza.

Fino a qui una trama che s’inserisce nel più classico “combatti o muori”. E invece il vero fulcro di Ride è l’aspetto registico e fotografico. Ispirato allo stile dei film detti a found footage, dove cioè le riprese sono effettuate dagli attori stessi, gran parte del film è girato – primo esempio nella storia del cinema – tramite Go Pro, videocamere indossabili sul corpo e resistenti agli urti, insieme a camere di sorveglianza o amatoriali, e le poche riprese effettuate con macchine da presa professionali sono di una qualità dell’immagine altissima. Dal punto di vista visivo Ride è un’immersione emotiva inedita ed elettrizzante, in cui lo spettatore può immedesimarsi in tutto e per tutto con i personaggi, vedendo quello che vedono e quasi provando le loro stesse emozioni. Per i fan degli sport estremi – come chi sta scrivendo – i primi venti minuti di film, in cui Kyle e Max sfrecciano per i boschi improvvisando evoluzioni, sono tutti da godere. Ma quando il film si rivela per quello che è, un action thriller dal ritmo altissimo, le telecamere sportive restituiscono un’immedesimazione talmente forte da togliere il fiato e far provare un’ansia concreta. Anche la postproduzione e le grafiche curatissime concorrono a creare questa innovativa opera visiva. Il tutto è firmato da due grandi talenti emergenti del nostro cinema, Fabio Guaglione e Fabio Resinaro. Già acclamati nel 2016 come esempi di rinascita del cinema italiano, nel ruolo di registi di Mine, Fabio&Fabio (come si fanno chiamare) tornano ora come produttori, scrittori e supervisori artistici di Ride, con Jacopo Rondinelli alla regia.

Tuttavia, se dal punto di vista visivo il film è estremamente innovativo e coinvolgente, meno riuscita risulta la drammaturgia che in certe scelte sembra perdere spessore e fuggire verso soluzioni un po’ ovvie o poco credibili. I personaggi sono piuttosto elementari, i dialoghi in alcuni casi mal costruiti (impossibile non ridere alla battuta «il Karma ci sta dicendo di trovarci un posto fisso» pronunciata in modo serissimo da Kyle), molte cose vengono gettate nella storia – che si dilunga anche troppo – e restano insolute. E il finale lascia un po’ perplessi.

Ride infine risulta quasi un esperimento antropologico, una sorta di Grande Fratello all’ultimo sangue in cui l’uomo è indagato nel suo lato più istintivo e animalesco. Grande tema del film è il rapporto con la tecnologia, i social media e la scomparsa della privacy. Ogni informazione nel contest viene trasmessa ai due protagonisti tramite schermi, radio e gps da un gruppo di persone sconosciute che manipolano Kyle e Max a piacere. Il confine tra realtà e rappresentazione, verità e finzione diventa indistinguibile. Di chi ci si può fidare? Cosa si è disposti a fare pur di salvare la propria vita? Domande pressanti della contemporaneità e dell’uomo che emergono in questo film coraggioso.

Cecilia Leardini

 

 

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