Ricordi?

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La storia d’amore tra un ragazzo e una ragazza viene filtrata dai diversi ricordi che ognuno dei due ha sui singoli momenti che la compongono

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Si incontrano a una festa, ed è subito attrazione tra loro. Lui è tormentato, angosciato, triste (e lo dice apertamente), lei allegra e solare. Ma l’amore che nasce è raccontato poi agli amici, e a sé stessi, in modi diversi: ognuno rivive la scena del primo incontro e ricorda dettagli che l’altro rammenta in modo completamente diverso (com’era vestita lei? che acconciatura aveva?). E così sarà per ogni singolo momento, man mano che la loro storia cresce, vive momenti di crisi, di lontananza, di ripresa… E mentre lui acquista in leggerezza e comprensione, lei si fa più dura, più puntigliosa, meno disponibile a lasciar correre.

Il secondo film di Valerio Mieli, passato alle Giornate degli autori di Venezia 2018 e giunti ben nove anni dopo l’esordio con Dieci inverni, è molto ambizioso, puntando su una frammentarietà continua – i salti temporali sono incessanti, passando di continuo dal presente al passato ma anche a flash di pochi secondi, tipici “scherzi” della memoria – che dà subito le vertigini, e che può entusiasmare o stancare lo spettatore. Questo dà vita a soluzioni visive, a giochi cromatici e a una forte sperimentalità narrativa piuttosto inedita nel panorama italiano (grande il lavoro sulla fotografia di Daria D’Antonio, notevole anche il montaggio di Desideria Rayner). Molto è affidato ai due interpreti: il bravo e ormai affermato Luca Marinelli e la meno nota ma efficace Linda Caridi, nei panni dei due fidanzati che rivivono la loro storia prima felice e poi tormentata (un po’ come nel precedente film), ma anche il loro passato (l’infanzia, le rispettive famiglie, i rispettivi amori precedenti) attraverso situazioni continuamente deformate dalla percezione che ognuno dei due ha dato a ogni singolo istante. Ogni fatto è raccontato in modi diversi dai due protagonisti, non solo nei dettagli esteriori e nelle parole, ma proprio nel significato attribuito a ogni singolo momento, primo incontro compreso. Ma poi pian piano questa differenza diventa sempre più sottile e anche drammatica («il ricordo mente, rende belle cose che non lo erano»), anche perché non c’è solo il ricordo (e in effetti la “meccanica” della memoria, che seleziona quel che vuole e trasforma in base all’amore del presente è ben descritta) a intorbidare la vita. Ci sono le cose che non si vogliono dire o si falsificano deliberatamente, per non ferire l’altro o per nascondere cose di non si va orgogliosi. E poi c’è l’inganno, come si vedrà quando ci si mette in mezzo un “caro” amico di lui…

Sicuramente originale nella messa in scena e con un’ambizione da elogiare (si riconoscono modelli “alti” dai primi film di Alain Resnais a Se mi lasci ti cancello, e forse molti altri), in Ricordi? alla lunga il gioco si fa meno intrigante e anche parecchio faticoso. E alla fine ci rimane una sensazione di irrisolto, come in Dieci inverni. Che coincide anche con la “indeterminatezza” dei personaggi, ma non solo: per raccontare il caos, in genere occorre molto rigore… Qui alla fine si parla tanto d’amore, con frasi anche molto enfatiche (un dialogo a mo’ di esempio: «Le cose sono belle perché sai che finiscono»; «No, le cose sono meno belle perché ci angosciamo che finiranno»), ma alla lunga la visione del sentimento – ben descritto nei suoi elementi esteriori: la passione, la convivenza, i litigi, le cattiverie, i tradimenti – alla fine è molto meno profonda e inedita di quanto sembri, con una povertà di soluzioni (il loro percorso alla fine è molto simile a quello di tante altre coppie già raccontate) e di argomenti che va in parallelo a fuochi d’artificio visivi, dove il rischio del manierismo peraltro è sempre dietro l’angolo. Detto questo, ce ne fossero di film come Ricordi?, che battono strade nuove dal punto di vista narrative e di linguaggio: il coraggio di Mieli è apprezzabile, senza dubbio. Lo aspettiamo a una maturità d’autore, per dar maggior respiro a storie fin qui solo curiose.

Antonio Autieri