Recensione

Zev ha 85 anni, vive in una casa di riposo in Canada e soffre di demenza senile. Alterna momenti di lucidità ad altri nei quali dimentica dove si trova o che la moglie Ruth è appena morta. Al funerale il suo amico Max gli consegna una lettera scritta a mano e gli ricorda una promessa che fece a Ruth: di ritrovare il nazista che massacrò la sua famiglia e quella di Max. Il suo nome è Rudy Kurlander, e ce ne sono solo quattro in America, tutti negli Stati Uniti. Zev così esce di soppiatto dalla casa di riposo e inizia la sua solitaria caccia.
Atom Egoyan è un regista canadese di origine armena – e il genocidio del suo popolo era al centro di uno dei suoi film, Ararat – spesso richiesto dai maggiori festival, le cui opere in genere migliori hanno un’attrattiva legata ad atmosfere misteriose, che mettono in evidenza con toni malinconici o anche angoscianti il disagio e l’alienazione dell’uomo contemporaneo. Interrompendo questi temi e svolgimenti abituali, Egoyan tralascia le sue storie complesse dalle atmosfere quasi esoteriche (come nel caso del recente Devil’s Knot – Fino a prova contraria), a favore di una finzione più convenzionale ma non meno priva di profondità psicologica. Da questo punto di vista Remember è sempre un film di ricerca umana, ma che riesce ad andare oltre gli aspetti di pura fiction per interrogare lo spettatore sul concetto di giustizia e di vendetta, con una modalità narrativa nella quale il regista eccelle come pochi altri. Infatti, se il viaggio di Zev è in definitiva abbastanza lineare (vagando in bus per gli Stati Uniti alla ricerca del suo aguzzino, e facendosi aiutare da tutti quelli che incontra, omonimi compresi), la sensazione è quella di assistere a quattro film differenti nella stessa proiezione: uno di cacciatori di taglie, un thriller psicologico, un “road movie” geriatrico non privo di humour e infine un dramma metafisico. Così Remember riesce ad avvincere lo spettatore con quell’eleganza che è anche la cifra tipica di Egoyan (e che invece difetta in This must be the Place di Sorrentino, un film sullo stesso argomento ma che nel paragone appare molto più grossolano).
Ma la grande forza del film è anche il gioco di specchi costruito dal regista sul tema della memoria, o meglio sull’oblio. Perché oltre alla sua utilità nello sviluppo della storia, la demenza senile di Zev è al centro di un espediente narrativo molto più complesso di quanto sembra, che giunge a un finale sorprendente e di straordinaria intensità drammatica. Quasi inutile dire che questo film sarebbe stato molto differente se non avesse potuto contare sulla presenza carismatica di Christopher Plummer, che – alla stessa età del protagonista – simula una sconcertante debolezza con affascinante realismo. Zev è debole ma determinato, coraggioso ma spaventato, e non molla un istante durante le tante prove che deve attraversare per raggiungere il suo scopo, regalando a chi guarda l’impressione di vivere l’angosciante ricerca del protagonista, ma anche la percezione di stare assistendo a momenti di grande cinema.

Beppe Musicco