Red Joan

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Un’anziana signora inglese viene d’improvviso arrestata con l’accusa di spionaggio. Cosa si cela nel suo passato?

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L’ambientazione di Red Joan (tratto da un racconto che si rifà alla vera storia di Melita Norwood, soprannominata la “nonna spia”) ci riporta al tempo della II guerra mondiale in Inghilterra, con scenari e atmosfere simili a quelle di The Imitation Game. Anche qua al centro della vicenda ci sono un gruppo di scienziati che lavorano a progetti segretissimi: prima per contrastare l’asse tedesco-giapponese, poi per conquistare una supremazia sul blocco dominato dall’Unione Sovietica. Con un gioco di continui flashback il film alterna la cronaca dell’arresto dell’anziana Joan Stanley, una tranquilla pensionata ultraottantenne (Judi Dench), con le scene di gioventù, quando la donna faceva parte di un ristretto gruppo di fisici che miravano a raggiungere la tecnologia americana per la realizzazione di una propria bomba atomica. Interrogata dalla polizia che l’accusa di alto tradimento, l’anziana si dichiara innocente, pur ammettendo di aver passato i piani segreti ai sovietici, per evitare che la supremazia dell’Occidente scatenasse una terza guerra mondiale.

Mentre studiava a Cambridge, Joan (Sophie Cookson) era una ragazza timida e ingenua, fino a che non conobbe Sonya (Tereza Srbova), una ebrea russa, e suo cugino Leo (Tom Hughes), oratore irresistibile anche se con un carattere insopportabile. Sonya e Leo, comunisti militanti, nel film ci mettono veramente poco per tirare Joan dalla loro parte: lei sfoderando una femminilità finora sconosciuta alla giovane e spontanea studentessa, lui con il suo fascino e i discorsi sussurrati a letto dopo aver fatto l’amore. Quando Joan viene ammessa a uno stadio ancora più ristretto e operativo per aiutare il professor Max Davies (Stephen Campbell Moore) si fa sedurre anche da lui, ma non smette di passare documenti top secret al campo avverso.

Judi Dench, anche se confinata quasi esclusivamente nelle scene al commissariato dopo l’arresto, recita con l’usuale bravura e credibilità; la Cookson dà il meglio di sé nelle scene iniziali, quando si presenta per la ragazza intelligente ma poco avvezza alle cose di mondo; in compenso le scene di flashback risultano presto abbastanza ripetitive e confinate sempre in ambienti ristretti (piccoli uffici, piccole aule, piccole sale da thè), i personaggi di contorno molto stereotipati (gli stessi Leo e Sonya) e anche le motivazioni di Joan e dei suoi accusatori vengono ripetute senza eccesiva convinzione, (esemplare il dialogo col figlio scandalizzato, nel quale i due si limitano a rinfacciarsi «hai tradito il tuo paese», «no, voglio bene al mio paese»).

Da una storia vera di questo livello, nella quale sono state in gioco milioni di vite umane, sarebbe stato lecito aspettarsi un thriller coi fiocchi; invece così, senza alcuna tensione, né almeno un tentativo di respiro epico (il confronto con altri film di genere, come ad esempio Il ponte delle spie, è impietoso), la montagna partorisce il classico topolino: un raccontino intorno al caminetto, quello messo in scena dal regista Trevor Nunn (più noto per le regie teatrali, e più impegnato con film tv che al cinema), con tazzine e centrini ricamati, nel quale tutto sembra superfluo, a partire (purtroppo) dal talento di Judi Dench.

Beppe Musicco