RECENSIONE


Mangia prega ama





Scheda

Mangia prega ama  

Mangia prega ama (Eat Pray Love)
Usa 2010, 140’
Genere: Sentimentale, Drammatico
Regia di: Ryan Murphy
Cast principale: Julia Roberts, Javier Bardem, James Franco, Billy Crudup, Richard Jenkins
Tematiche: matrimonio, cucina, viaggio, felicità
Target: da 14 anni
Meglio Evitare

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Stanca del suo matrimonio Liz divorzia e va alla ricerca della felicità e di se stessa tra l’Italia, l’India e Bali.


Recensione



Una ricca signora, parlando con l’amica che confida di aver sempre voluto essere madre e per questo di aver conservato una scatola piena di abitini per bambini finché il marito non è stato pronto a diventare padre (sì, proprio così), rivela di avere un’analoga scatola piena di vecchi numeri di National Geographic. Proprio così, lei vorrebbe viaggiare ma il marito non la capisce ed è così che in preda a una crisi mistica (il film contiene la più imbarazzante e insincera scena di preghiera mai vista sugli schermi) decide che per essere felice deve per lo meno divorziare. La via per la rinascita passa per una relazione con un giovane attore e per un viaggio intorno al mondo che parte da Roma, continua in un ashram nell’India mistica e approda a Bali, dove finalmente Liz ritrova l’amore.
Mangia prega ama accumula luoghi comuni (quelli sull’Italia, dalla cucina agli uomini che fanno i complimenti per strada, passando per il caffè e la poesia ci sono tutti, su Bali non ci possiamo esprimere) senza un filo di vergogna o senso dell’ironia, come probabilmente già faceva il libro da cui è tratto, una memoria scritta dalla giornalista Liz Gilbert, che si è finanziata il suo costoso viaggio di rinascita spirituale con gli anticipi delle vendite (e pensare che una volta i pellegrinaggi si facevano in spirito di povertà).
I soldi che la pellicola – molti meno del previsto, peraltro – si è portata a casa sono probabilmente da attribuire al fascino del sorriso di Julia Roberts (che, appunto, però non è bastato per trasformarla in un successo), che le permette di passare indenne attraverso la sfilza di insincere assurdità che il film inanella. La morale è quella ormai diffusa dai manuali di self-help, dell’autorealizzazione come valore assoluto, che magari passa anche per uno spiritualismo pret-à-porter che serve solo a dare una patina rispettabile al capriccio dell’istintività e del sentimentalismo. La Gilbert ambirebbe forse a raccontare una personale “ricerca della felicità” (un tema fondativo per la riflessione non solo morale ma anche politica degli Usa dalla loro nascita), ma quello che ci ammannisce è una minestra riscaldata e insincera condita di perbenismo borghese.
Anche quando parla di denaro che manca, di ultime occasioni, di disperazione, infatti, il tutto resta ammantato da un’atmosfera patinata e irrealistica che rende difficile anche allo spettatore meglio disposto empatizzare con gli psuedo-problemi della protagonista.
Come diceva l’arguto critico Anton Ego in Ratatouille, le recensioni più divertenti e facili da scrivere sono le stroncature ed è per questo che i critici ci si dedicano volentieri. Il problema in questo caso è che bisogna digerirsi prima le oltre due ore di pasticcio mistico-gatronomico-sentimentale. E, a differenza della cucina italiana che la Gilbert sembra tanto amare, restano a lungo sullo stomaco.

Laura Cotta Ramosino





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