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Scusa ma ti voglio sposare

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Scheda

 

Scusa ma ti voglio sposare (Id.)
(2010, Italia)
Genere: Commedia sentimentale
Durata: 100’
Regia di: Federico Moccia
Cast principale: Raoul Bova, Michela Quattrociocche, Francesca Antonelli, Francesco Apolloni
Valutazione: Meglio evitare
Tematiche: amore, sentimento, matrimonio, famiglia
Target: dai 14 anni,

Il secondo episodio delle avventure sentimentali di un quarantenne, Alex, e di una bella studentessa, Niki.


Recensione



Sono in molti a scrivere che cosa è Scusa ma ti voglio sposare: una fotografia della coppia italiana oggi, insicura e fragile ma propensa all’ottimismo; qualcuno l’ha persino definito un dramma cavalleresco sull’amore. Proviamo a partire da che cosa non è. Non è innanzitutto un film sciocchino e stupido, una “vanzinata” (con tutto il rispetto per i Vanzina che hanno fatto anche cose discrete e a cui spesso si attribuiscono ciofeche di altri). No: non è una vanzinata e nemmeno un film grossolano da deridere e stroncare senza pietà. È un film con tanti gravi difetti, dalla sceneggiatura esilissima al cast spesso inadeguato. Ma che si prefigge un obiettivo preciso al quale cerca onestamente di arrivare: quello di coprire un buco, anzi una voragine, per quanto riguarda il nostro cinema. Che manca di tanti generi, anzi manca del tutto di film di genere; primo fra tutti, ha patito negli ultimi anni l’assenza della commedia sofisticata, non volgare e positiva; ha sofferto l’assenza di un cinema che parlasse con serietà e, perché no, con ironia, dell’amore. E questo paradossalmente proprio mentre sulla scorta del best seller, poi divenuto film, che ha lanciato Moccia, 3 metri sopra il cielo, sono fioccati numerosissimi e debolissimi film sull’amore giovane, film pensati e girati per teenager, da Questa notte è ancora nostra fino ai recenti, infausti, Questo piccolo grande amore e Albakiara. Con Scusa ti chiamo amore e questo sequel fotocopia, Moccia prende una strada diversa. Una commedia non volgare, ottimista, accattivante nei modi e nel cast, e soprattutto che cerchi di mettere per immagini un vero e proprio dizionario amoroso.
Il problema è che per parlare d’amore bisogna saper parlare e avere in mente e a cuore che cosa davvero è l’amore. E Moccia su entrambi i punti fallisce pienamente. I difetti del film sono davanti agli occhi di tutti: Raoul Bova non è neanche la peggior cosa del film, nonostante la fissità del suo personaggio; il dramma è una sceneggiatura che pare la brutta copia dei bigliettini che si trovano nei famosi cioccolatini. Su tutto, però, la tragedia più inquietante sta nella visione della vita che i personaggi di Moccia professano. Tutti ripiegati su di sé, chiusi in un isolamento del sentimento che non permette loro alcuni tipo di rapporto serio e adulto, la loro vicenda – un continuo tira e molla di sospetti e abbracci e sospetti e ancora abbracci – racconta di una schiavitù, di una sconfitta della ragione di fronte al cuore che lascia sconfortati. Come la storia dei due giovani che vivono l’esperienza di una gravidanza indesiderata: non sanno che fare, si danno il tempo per “decidere il da farsi”; ovviamente non chiedono consiglio ad alcuno e alla fine decidono di tenerlo, questo povero bambino, sull’onda di un sentimento del momento che, ne siamo sicuri, genererà solo maggiori insicurezze. E allora, ci si chiede: ma davvero, quello di cui parla Moccia è amore? E i rapporti che ci presenta, soprattutto quelli tra Alex e i suoi amici, hanno davvero a che fare con l’amicizia? A noi sembra un inferno: gente che vive senza giudicare nulla di ciò che accade, anche proprio a partire da quanto è a loro più caro – e il sentimento suggerisce proprio questo, indica ciò che più è caro; non può mai essere il fine – gente che vive provando tante, innumerevoli, infinite cose, dalle vacanze galanti a Parigi, al sospetto della gelosia, all’acquisto e all’arredamento del “nido d’amore”, fino al fatidico “sì” davanti all’altare, gente che prova tutto ma non fa esperienza di nulla è gente che non cresce, non può crescere, non genera nulla rimane disperatamente uguale a se stessa. Come il film di Moccia, identico al capitolo precedente.

Simone Fortunato

dello stesso regista


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