Quello che so di lei

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Una donna vede ripiombare dal suo passato, dopo oltre trent’anni, l’ex amante del padre

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Donna sola, che vive con un figlio – del padre nulla sappiamo – ormai grande che sta diventando autonomo e adulto, Claire ha dedicato la propria vita a far nascere i bambini, come ostetrica piena di attenzione per madri e neonati: è la migliore del suo reparto maternità, destinato però a essere chiuso per motivi di “efficienza” e profitto. All’improvviso una telefonata inaspettata la fa ripiombare in un passato doloroso e tragico: Béatrice, la donna che fu l’amante del suo amatissimo padre (uomo affascinante, campione di nuoto), e che lo lasciò gettandolo in una crisi fatale, torna dopo oltre trent’anni dal passato, senza sapere nulla di lei – che al tempo dei fatti era una tredicenne – e di quanto successo all’uomo che amò. Uno dei tanti suoi uomini, abbindolati dalla sua bellezza e dalle sue bugie (si faceva passare per principessa russa, era invece donna di origini popolari), ma anche a suo dire quello più amato. E allora perché lo lasciò, si chiede Claire. Che non perdona la donna, nonostante sia molto malata. E mentre finalmente un uomo appare nella sua vita a prometterle qualcosa di bello per lei, e il figlio aspetta un bambino dalla sua fidanzata, Claire deve decidere se lasciare Béatrice alla sua nuova solitudine o darle un minimo di attenzione. A cominciare da quel “tu” che si ostina a non volerle dare.

Una storia potenzialmente molto drammatica è virata dal regista e sceneggiatore Martin Provost da un lato su una malinconia dolce e triste al tempo stesso – la morte fa capolino a ogni dove, per fino come rischio in sala parto – e dall’altra su venature di commedia soprattutto da quando entra in scena la sciroccata donna in là con gli anni ma sempre bella, interpretata da una Catherine Deneuve un po’ diversa dai suoi consueti personaggi glaciali o sicuri di sé. La sua Béatrice, che porta a spasso un tumore al cervello alternando annebbiamenti a noncuranza, fuma come un turco, mangia senza badare a una corretta alimentazione e gioca a carte d’azzardo (vincendo spesso), maneggiando soldi e gioielli con indifferenza, come chi si è goduto la vita e non ha paura – a parole – dell’ultimo atto. Eppure, nonostante l’uomo che cercava non c’è più, si attacca alla figlia come all’unico possibile rapporto rimasto («io non ho amiche»); pur trattandola con poco tatto se non con involontaria durezza, con quella sua superficialità a tratti esilarante (tira fuori i soldi da un sacchetto di plastica, fa battute fuori luogo, critica a tutto spiano abbigliamento e modi di Claire, «rompipalle come il padre»). Forse per lei, la giovane donna è come una figlia che non ha mai avuto, nonostante non avesse mai voluto diventare madre, «anche se a una certa età possono far comodo»… Ed è così che la presenterà a un dottore.

Il film si fa vedere e descrive bene i personaggi, ma è soprattutto tenuto su da due grandissime attrici come la Deneuve, spalla di lusso, e dalla protagonista Catherine Frot (valida sia nelle parti comiche che in quelle drammatiche, due registri alternati in una delle sue prove migliori, l’intenso Marguerite). Ma anche altri personaggi e attori si fanno ricordare, tra cui Olivier Gourmet nei panni del camionista gentile, e vicino di orto nel buen retiro in campagna, che si innamora di Claire e le scioglie il cuore raggelato. C’è un che di meccanico, tra litigate e riappacificazioni e pure nella prevedibile evoluzione della protagonista, in questa storia raccontata da Prevost che pure è partito da uno spunto autobiografico: il regista rischiò di morire durante il parto e fu salvato da un’ostetrica, in un modo simile a come Claire salvò una bambina poi diventata donna, che le rimase per sempre grata; uno dei momenti migliori del film. Ma la descrizione dell’universo femminile, rappresentato da due opposti come Claire e Béatrice, ha una sua finezza. Anche se manca quel quid di profondità, soprattutto nel finale, che avrebbe potuto rendere esemplare la vicenda di comprensione e avvicinamento tra le due donne. Lasciando un sapore di irrisolto, che rischia di far svanire il film dalla memoria.

Antonio Autieri

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Scrivo di cinema dal 1992. E dal 1994 dirigo giornali, giornalini, ora testate on line...